Quando le prime giapponesi arrivarono in Italia, la reazione fu simile. Troppo strane quelle moto, diverse per filosofia e meccanica da quelle nostrane.
Il nostro Paese era davvero la patria dei motori: Moto Guzzi, Moto Morini, Cagiva, Gilera, Laverda, Benelli, Ducati, MV Agusta, Aprilia, Bimota, Garelli, Fantic, Mondial, Malaguti, e si chiede perdono se la nostalgia fa dimenticare qualcosa. Tutte espressione del vero Made in Italy. Fiore all'occhiello della tecnica e dell'ingegno nostrano.
Poi arrivarono loro, Yamaha, Kawasaki, Suzuki e Honda, dall’altra parte del mondo. A rivoluzionare un mondo su due ruote troppo legato all’artigianalità, a scapito di affidabilità e sicurezza. A distanza di più di cinquant’anni, la stessa rivoluzione sembra ripetersi. Cambiano gli attori, ma la rottura sociale arriva sempre dall’Oriente. Fino a pochi anni fa, l'idea di acquistare una moto Made in China veniva liquidata con una battuta sarcastica. Oggi dominano le classifiche di vendita.
Un déjà-vu: quando il Sol Levante fece storcere il naso
Il mercato delle due ruote è spaccato in due: da un lato la diffidenza degli appassionati dei marchi storici, dall'altro il pragmatismo di chi guarda il portafoglio. Un film già visto.
Per capire il presente, come spesso accade, bisogna guardare al passato. Negli anni ’60 e ‘70, l'Italia era la patria dei motori. Le nostre moto erano davvero italiane: progettate e assemblate tra la Motor Valley emiliana e la Lombardia. Erano il fiore all'occhiello della tecnica mondiale. Moto veloci, bellissime, ma anche scorbutiche e costose (soprattutto per la frequente manutenzione).
Quando nei concessionari arrivarono le prime moto giapponesi, l'accoglienza fu tutt'altro che calorosa. L’algida e tanto proclamata efficienza orientale fece storcere il naso ai motociclisti nostrani. Eppure, quelle moto orientali non perdevano olio, partivano al primo colpo grazie all'avviamento elettrico e spesso costavano meno delle blasonate europee. Il finale di questa storia lo conosciamo tutti: i costruttori giapponesi hanno ridefinito gli standard globali di affidabilità e tecnologia, conquistando il mondo. In strada e in pista.
Lo scetticismo odierno: solo pregiudizio?
Oggi la storia si ripete, con la Cina a sostituire il Giappone. Lo scetticismo che accompagna marchi come
ZXMoto, Voge, CFMOTO,
QJ Motor (o marchi storici italiani passati sotto la proprietà di colossi cinesi, come Benelli e Moto Morini) affonda le radici negli
stessi timori del passato. Le critiche principali sono sulla tenuta del valore dell'usato, sulla reperibilità dei ricambi e, soprattutto, sull’identità: quella percezione che manchi quell’anima, quella passione viscerale che i marchi storici sanno trasmettere. E riflettere verso l’esterno in una sorta di aura magnetica che attrae lo sguardo di chi quelle moto le sente e vede passare.
Perché oggi Cina ed Europa sono complementari
Esattamente come cinquant'anni fa con le moto giapponesi, lo scetticismo iniziale ha presto lasciato spazio all’accettazione. Non siamo ancora all’innamoramento viscerale, ma a una sana convivenza. I cinesi hanno intercettato una fetta di mercato che il mondo delle due ruote rischiava di lasciare orfana: quella dei giovani, dei motociclisti di ritorno e di chi, semplicemente, vuole godersi il weekend senza dover accendere un mutuo.
Anche perché l’argomento del prezzo contenuto non vuol dire necessariamente rinuncia. Le cinesi hanno un design spesso curato da centri stile di primo livello (anche italiani), una componentistica di alto livello (dai freni Brembo alle sospensioni Kayaba e iniezioni Bosch), e pacchetti tecnologici completi. Non sono copie economiche, ma alternative talmente valide da costringere gli altri marchi a rivedere (almeno in parte) le proprie strategie.
D’altronde, la storia motoristica lo dimostra: i pregiudizi durano solo finché numeri e vittorie non dimostrano il contrario. E se sui primi il mercato si è già espresso, per le seconde la pista sta già parlando in Moto2 e in Supersport. Un Mondiale strettamente legato alla produzione ove ZXMoto con il francese Valentin Debise ha già firmato sei vittorie ed è in lotta per la conquista del titolo, nella stagione del debutto. Per le massime categorie è solo questione di tempo.
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