Quando le moto correvano nel Principato di Monaco fra glamour e tragedie

Storie di Moto
giovedì, 16 aprile 2026 alle 8:00
Jean Behra guzzi 500 dondolino sulle stradine del Principato di Monaco
Il mondo delle competizioni motoristiche ha sempre attratto il jet-set internazionale. Pur se dobbiamo riconoscere all’automobilismo il primato, sono ormai diversi anni che anche le due ruote si stanno conquistando uno spazio importante, calamitando l’interesse delle stelle dalla finanza, della politica, dell’industria e dello spettacolo in occasione delle manifestazioni sportive.
Non c’è ombra di dubbio che al vertice di queste occasioni, nelle quali lo sport motoristico si mescola intimamente con la mondanità per la gioia dei media di tutto il mondo, regna incontrastato il Gran Premio di Monaco.
Tale è il richiamo mediatico della gara organizzata dall’Automobil Club del piccolo, lussuoso, fiabesco Principato che la stessa FIA ha concesso due deroghe regolamentari ad hoc: la distanza di gara è inferiore a quella standard stabilita per le prove mondiali e la cerimonia di premiazione non si svolge secondo il protocollo della categoria, ma segue il cerimoniale stabilito dalla casa regnante del Principato, rito che fino a pochissimi anni fa prevedeva di premiare il solo vincitore.
Le Moto sulle stradine del Principato
Ma, direte, Monaco significa solo Formula 1! Beh, è vero, però… c’è un però! Quando nel 1948, dopo i lunghi, tragici anni della guerra che aveva insanguinato l’Europa, la vita stava faticosamente ritornando alla normalità, venne organizzata la decima edizione del G.P. di Monaco per il 16 maggio, domenica di Pentecoste. Approfittando del fatto che in molti paesi europei, fra i quali la Francia (e conseguentemente Monaco) il lunedì di Pentecoste è giornata festiva, venne messo in programma anche una versione motociclistica del Gran Premio, riservata alla sola classe 500. Mentre le auto si sarebbero sfidate sulla classica distanza di 100 giri del tracciato, che all’epoca misurava 3144,6 metri, le moto avrebbero gareggiato su 60 giri, che comunque significavano una lunghezza complessiva di 188,686 chilometri. Un bell’impegno su uno stretto percorso tutto curve inframmezzate a brevi rettilinei, dove a brevissima distanza si può trovare la curva più lenta del panorama mondiale, lo stretto tornante in discesa della Vecchia Stazione, che si affronta a circa 50 km/h, ed il rapidissimo curvone all’interno del tunnel da affrontare a gas spalancato fino all’impegnativa chicane delle Piscine, con le bitte del molo in uscita.

Correre in città

Vero che all’epoca i circuiti permanenti si contavano sulle dita di una mano, e che qualcuno, tipo Monza, era inutilizzabile per i più svariati motivi, quindi i piloti erano abituati a correre in città, ma il tracciato monegasco era veramente al limite, senza un accenno di spazi di fuga, tutto costeggiato di balaustre in pietra e marmi, eleganti e apprezzabili architettonicamente quanto vi pare, ma decisamente sconsigliabili a un contatto ravvicinato.
La gara automobilistica fu anche la prima disputata con il regolamento della nuova F.1 definita dalla FIA, 1½ litri per motori sovralimentati e 4½ litri motori aspirati. Dopo un guizzo iniziale della Simca-Gordini di Jean-Pierre Wimille ben presto la Maserati di Nino Farina prese il comando delle operazioni tenendolo saldamente fino alla fine, per una superba vittoria tricolore, seguita sul traguardo dalla Talbot-Lago di Chiron e da un’altra Maserati, quella di De Graffenried.

Dopo le auto, ecco le moto

Purtroppo le numerose rotture meccaniche e il consumo delle gomme ebbero effetti deleteri sul tracciato, cosicché il giorno successivo i centauri, scesi in pista per le ultime prove mattutine, si trovarono a dover fare miracoli d’equilibrio. Il nostro Bellocchio, in sella ad una Guzzi ed ancora con un braccio ben fasciato per una frattura rimediata poco prima a Nizza, incappò in una bruttissima caduta all’uscita del tunnel, che fece temere il peggio. Fortunatamente in serata dopo il ricovero in ospedale ed accurati controlli i timori rientrarono, ma ovviamente il pilota genovese dovette rinunciare alla gara.
I venti piloti in gara offrivano un’ottima selezione del motociclismo dell’epoca, con il quasi cinquantenne Stanley Woods, “the Irish Dasher” sulla Velocette 350, l’inglese Fergus Anderson con la Guzzi, le Gilera Saturno di Nello Pagani, che aveva gareggiato anche con le auto ritirandosi dopo 64 giri, ed Aldo Brini e ovviamente una larga rappresentanza francese, dal focoso Jean Behra ai nizzardi Jean e Robert Braccini, Jacques Onda, Georges Houel, Michel Dini fino a Georges Monneret.

Una vittoria italiana

Già dal via Anderson prendeva il comando inseguito da Pagani, mentre Behra lamentava subito problemi meccanici. Ben presto Robert Braccini e Dini finivano a terra. Nel suo vivace duello con Pagani, Anderson faceva segnare il giro più veloce della giornata, ma poco dopo entrambi erano costretti al ritiro. Al comando si affacciava per un attimo Jacques Onda con la Terrot 350, ma ben presto Aldo Brini, in sella alla Gilera Saturno preparata personalmente nell’officina di famiglia, prendeva il comando di forza per tenerlo saldamente fino al termine. Alle sue spalle un altro italiano, Francesco Gambi con la Norton, che aveva la meglio sulla AJS di Monneret dopo un duro confronto.
Davanti alla folla cosmopolita del Principato il milanese Aldo Brini, issato sul serbatoio un monumentale fascio di fiori, sfilava per il giro d’onore sotto una pioggia di applausi e saliva infine sul palco dei regnanti a ricevere le congratulazioni della principessa consorte Ghislaine ed dove il principe ereditario Ranieri gli consegnava la gigantesca coppa destinata al vincitore, “di non lieve valore” teneva a precisare l’inviato di Motociclismo nel suo resoconto.

La tragedia a Sainte Dèvote

Purtroppo il Grand Prix Motocycliste di Monaco fu anche segnato da un mortale incidente. Al 19° dei 60 giri previsti il trentaquattrenne inglese Norman Linnecar perdeva il controllo della sua Norton alla curva di Sainte Dévote e sbatteva violentemente contro il muro di uno dei palazzi che fiancheggiano la strada. Trasportato d’urgenza all’ospedale di Nizza lo sfortunato pilota perdeva la vita poco dopo il ricovero. Particolare toccante: Linnecar aveva viaggiato da Londra, dove abitava, a Monaco insieme alla moglie su un sidecar, dal quale aveva quindi smontato la moto con la quale disputare la gara.
È indubbio che il tracciato monegasco fosse inadatto alle moto. Così la prima gara motociclistica divenne anche l’ultima della sua storia.
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