Dakar, dal mito africano al deserto hi-tech: ha perso il cuore o sta scrivendo una nuova leggenda?

Storie di Moto
giovedì, 08 gennaio 2026 alle 19:00
Dakar 2026
Dakar 2026
C’era una volta il mal d’Africa. C'era la Dakar con la bussola, il road-book scarabocchiato a mano ed il silenzio assordante delle dune in Mauritania.
C'erano le immagini in tv, le foto sui quotidiani nazionali, le emozioni, i sogni. Un tempo tutti parlavano della Dakar: al lavoro, al bar, a scuola ed in famiglia. Ora se ne parla pochissimo.
La sensazione è che la corsa più affascinante del mondo stia scivolando in un cono d’ombra mediatico, sia un evento di nicchia. La Dakar nel corso della sua storia è cambiata tanto, forse troppo. Nata in Africa, dove il pericolo era l’ignoto, si è poi rifugiata nel calore del Sud America, tra le Ande e l’Atacama, più veloce e meno mistica. Oggi in Arabia Saudita ha trovato la perfezione tecnica: spazi infiniti, budget colossali ed una logistica impeccabile. È un deserto da cartolina, bellissimo ma asettico, dove il fascino dell’avventura pionieristica ha ceduto il passo ad una sfida tecnologica che si gioca più sui sensori che sul cuore.
Tre continenti, tre anime diverse, per una corsa che continua a mutare il suo mito cercando di non perdere, tra un trasloco e l’altro, la propria identità ma un po' la sta comunque abdicando.
Oggi si parla poco perfino dei big e le storie dei privati faticano a bucare lo schermo. Il romanticismo è in gran parte svanito. Una volta si aspettava lo speciale di mezzanotte in TV come se fosse il Santo Graal. Oggi c'è tutto e subito: clip da trenta secondi su Instagram, droni che fanno riprese cinematografiche, interviste a caldo. Ma nel troppo, spesso, si perde il senso. Si guarda il "numero" del pilota, ma non si scava più nella sua storia, in quel sacrificio che lo ha portato fin lì.
In Italia, poi, la nostalgia è un must. Si sente la mancanza del volto sporco di grasso di grasso di Edi Orioli e dell’eroismo tragico e immenso di Fabrizio Meoni. Manca quel legame viscerale con un pilota italiano amato da tutti. Oggi ci sono ragazzi coraggiosi e tenaci ma i riflettori sembrano essersi spenti. Eppure, guai a dire che la Dakar è morta. Perché quando si spegne il cellulare e si guarda negli occhi un pilota che torna al bivacco dopo dieci ore di dune, quella scintilla c’è ancora. È cambiata la cornice, è diventata più fredda, ma il deserto resta l’unico giudice incorruttibile.
La Dakar oggi non gode più del clamore delle folle oceaniche ma è l’ultimo baluardo di chi non ha paura di perdersi per ritrovarsi. Non ha più il seguito di un tempo ma le immagini, seppure perfette e patinate, riescono ancora ad emozionare. La polvere del deserto, quella vera, non si può trasmettere in streaming ma è ancora presente nei sogni di tanti.
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