Eroismo alla Dakar: Sanders corre fratturato, Benavides trionfa, Montanari migliore degli italiani

In Pista
lunedì, 19 gennaio 2026 alle 9:28
Tommaso Montanari, protagonista alla Dakar 2026
L'edizione 2026 della Dakar rimarrà nella storia per aver portato il concetto di limite a una dimensione quasi irreale. È stata la Dakar dei due secondi, del sangue freddo e del sacrificio estremo. Non è stata solo una gara, è stata una prova di resistenza dell'anima, culminata in un finale che riscrive i libri di storia.
Al centro di questa tempesta di sabbia e gloria c’è un uomo: Luciano Benavides. Nato tra le montagne di Salta, in Argentina, è cresciuto all’ombra del fratello maggiore Kevin, già leggenda del Grande Raid.
La sua Dakar è stata un capolavoro di freddezza. Mentre i rivali cadevano o commettevano errori, lui restava lì, in sella alla sua KTM ufficiale. Il momento del sorpasso alla storia è avvenuto a soli 7 chilometri dal traguardo finale di Yanbu. Ricky Brabec, il gigante americano della Honda, era in testa, pregustando il successo. Il deserto però non concede sconti: un errore di lettura del roadbook, un’esitazione di pochi metri, e il vantaggio si è sciolto come ghiaccio al sole. Luciano ha tagliato il traguardo con un distacco di soli due secondi.
Tra le immagini più potenti della Dakar 2026 anche il volto scavato di Daniel "Chucky" Sanders. Ha corso le ultime tappe con la clavicola fratturata e lo sterno incrinato a causa di una violenta caduta a metà gara. Ogni duna saltata era una pugnalata al petto, ogni frenata brusca un urlo soffocato nel casco. Ha concluso al quinto posto assoluto, entrando nel bivacco ogni sera pallido e tremante, sorretto solo dalla sua straordinaria forza di volontà e dall'adrenalina tipica della Dakar.
L'edizione 2026 ha segnato il ritorno alle origini più brutali con le tappe Marathon-Refuge. Niente hotel, niente massaggiatori, niente assistenza. I piloti sono stati gettati nel cuore del deserto, costretti a dormire in tenda e a riparare i propri mezzi con le mani sporche di olio e sabbia, sotto il gelo delle notti saudite. In quel silenzio rotto solo dai generatori, si è vista la vera anima della Dakar con i campioni ufficiali che aiutavano i privati.

L'eroismo degli italiani alla Dakar 

La spedizione italiana alla Dakar 2026 si chiude con un bilancio che va oltre i semplici numeri. Il protagonista assoluto è stato Tommaso Montanari, capace di portare la sua Husqvarna al 21° posto in classifica generale. Il pilota umbro ha costruito il suo risultato sulla regolarità, evitando errori di navigazione fatali e gestendo con intelligenza le insidie meccaniche delle tappe Marathon.
Diversa la sorte per Paolo Lucci, che ha vissuto una gara a due facce su Honda. Durante la prima settimana, il toscano ha viaggiato con il ritmo dei migliori, sfiorando la top 10 assoluta in diverse tappe. Tuttavia, la Dakar sa essere ingrata: è stato rallentato da problemi tecnici che ne hanno compromesso il risultato finale. Tra i primi 40 Tiziano Internò (POV 450)e Andrea Gava (Kove) hanno incarnato lo spirito originale della corsa, lottando contro il cronometro e la stanchezza nelle tappe Marathon, dove le mani sporche di grasso valgono quanto un buon tempo in speciale. Insieme a loro, i veterani Cesare Zacchetti (Honda) e Mattia Riva (KTM) hanno confermato che la Dakar è, prima di tutto, una questione di resilienza.
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