La Dart non entra nella storia con il passo deciso delle moto destinate al successo immediato. Arriva piuttosto come un’ombra luminosa, una presenza laterale che si ritrova a camminare accanto alle tendenze del momento senza mai davvero seguirle.
Siamo alla fine degli anni Ottanta. È l’epoca in cui l’apparenza ha il rumore del
due tempi giapponese, e ogni giovane motociclista sogna la potenza raccontata dalle riviste più che quella realmente necessaria su strada. In questo scenario,
Moto Morini compie una scelta controcorrente. La compie con un gesto quasi di fiducia nel buon senso: immaginare una piccola sportiva che non sia isterica, che non sia sfrontata, che preferisca parlare sottovoce.
La Dart nasce così, disegnata da Miguel Galluzzi, avvolta in una carenatura integrale che sembra scolpita più che assemblata. Le sue linee fluide non gridano, non cercano dominanza, ma seguono una logica estetica sorprendentemente attuale. Si distingue per le superfici continue, proporzioni snelle: un’idea di velocità che non ha bisogno di effetti speciali. È una moto che suggerisce più di quanto dichiari, che convince con la compostezza anziché con gli eccessi. Perfino da ferma sembra pronta a scivolare via, ma lo fa con grazia, senza arroganza.
Il cuore antico che batte sotto un vestito moderno
Sotto quella pelle futuristica pulsa il noto bicilindrico Morini 3½, un cuore che ha costruito una reputazione di affidabilità e misura. Inserirlo in un contesto sportivo è una scelta che spiazza, ma che in breve rivela la sua coerenza. La Dart non chiede mai di essere spinta oltre il buon senso, ma risponde con una vivacità controllata, con una fluidità che mette a proprio agio. È una moto che non intimidisce e non illude ma accompagna. La sua forza non sta nella potenza, ma nel modo in cui permette al pilota di sentirsi parte del ritmo che crea: naturale, continuo, quasi educato.
Il pubblico dell’epoca, però, non era pronto per questa delicatezza. Cercava numeri, cercava linee più aggressive, cercava l’idea di sportività che faceva rima con esasperazione. La Dart, pur raffinata, sembrò un compromesso per chi non voleva scegliere tra il fascino di una carena integrale e la sobrietà di un motore a quattro tempi di piccola cilindrata. E come spesso accade alle moto che arrivano fuori tempo, finì ai margini senza una vera possibilità di spiegarsi.
Il fascino del dettaglio non gridato
Oggi, però, la sua voce arriva con più chiarezza. Chi la osserva ritrova una cura del dettaglio che era passata inosservata, una silhouette che non ha perso un grammo della sua presenza scenica, un’idea di guida che anticipava la riscoperta contemporanea delle medie cilindrate ragionate. Montandoci sopra, si avverte la sorprendente modernità della sua impostazione: raccolta ma non costrittiva, precisa ma mai dura, semplice nella sua ergonomia eppure distinta. È una moto che sembra ricordarti che la velocità non è soltanto questione di accelerazione, ma soprattutto di ritmo, di continuità, di un modo particolare di stare sulla strada. La Dart 350 e la successiva 400 sono rimaste le figlie quiete di una stagione impaziente.
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