Non potevi fare a meno di notarle. Le sentivi arrivare con un inconfondibile suono acuto e metallico. Nell’aria un profumo pungente e inebriante di miscela, preludio di adrenalina e libertà. Erano gli anni ’90. Era l’epoca d’oro delle 125cc a due tempi.
Battesimo del fuoco per sedicenni
Cagiva Mito, Aprilia RS 125, Honda NSR 125, Yamaha TZR 125 non erano mezzi per principianti, anche se vendute come tali. La potenza superava i 30 cavalli, il peso si attestava intorno ai 120-130 kg a secco. Sulle loro selle si formavano – spesso a prezzi altissimi, e non in termini monetari – i motociclisti del domani. Un battesimo del fuoco su due ruote per chi aveva appena compiuto 16 anni.
Repliche del Motomondiale con componenti di alta qualità
Esteticamente
ispirate ai prototipi del Motomondiale per sottolinearne il legame (la Mito 125 replicava la C589 di Eddie Lawson, l'RS 125 le livree di Loris Reggiani, Max Biaggi e Valentino Rossi, la NSR 125 quella di Loris Capirossi), questi bolidi vantavano
dotazioni tecniche avanzate nelle versioni top di gamma. Le due italiane si distinguevano per i
telai in alluminio a doppio trave (all'epoca non comuni neanche su cilindrate superiori), la NSR 125 era costruita su un telaio sempre a doppia trave ma in acciaio, la TZR 125 su un telaio in alluminio “Deltabox”. Per la frenata, montavano freni a disco Brembo “serie oro”, ad eccezione della Honda che aveva freni a disco di marca Grimeca. Ad eccezione della Honda, che manteneva
forcelle tradizionali, tutte le altre montavano steli rovesciati. Tecnicamente e meccanicamente, erano però moto da strada, con tutti i limiti (e i pericoli) che ne derivavano.
Troppa potenza in assenza di esperienza
Il problema stava proprio qui: bolidi da 170-180 km/h, ovviamente privi dei moderni sistemi frenanti (per quanto quelli presenti fossero all’avanguardia per l’epoca) e delle soluzioni tecniche/ aerodinamiche più recenti, nelle mani dei giovanissimi. Ai bassi regimi il motore 2T era "vuoto", ma una volta superati i 7.500 giri/min entrava in coppia con la violenza di un pugno nello stomaco. Sembravano progettate in modo tale da non poter andar piano. Sebbene, l’elettronica per gestire la potenza fosse assente. L’esperienza di coloro per i quali erano pensate anche. Tanti, troppi incidenti scatenarono un allarme sociale. Il legislatore comunitario intervenne limitando a 11 KW (circa 15 CV) il limite di potenza massima erogabile dalle moto per i titolari di patente A1. Con un colpo di penna, tramontava l'era delle 125 due tempi ispirate alle GP.
Le nuove 125 a quattro tempi: meno adrenaliniche, più sicure
Le case motociclistiche si adeguarono, producendo moto da 125 depotenziate. In poco tempo si abbandonò il caratteristico motore a due tempi, ormai insostenibile per via delle stringenti normative sulle emissioni e per la sua scarsa efficienza nei consumi. I nuovi motori a quattro tempi, più puliti e lineari nell'erogazione, erano meno divertenti ma indubbiamente più sicuri. Un passaggio forzato ma doveroso che ha trasformato le 125 due tempi degli anni '90 in oggetti di culto sempre più rari. Per un esemplare in buone condizioni, i collezionisti sono disposti a spendere anche più di 8.000 euro (addirittura 10.000 per la Cagiva Mito). Ma il loro vero valore non si misura in denaro: sono reliquie di un'epoca di adrenalina al profumo di miscela che non tornerà più.