Formula 1 e MotoGP: perché per anni l’Italia ha vinto solo su due ruote?

Storie di Moto
lunedì, 27 aprile 2026 alle 18:45
Perchè per anni abbiamo vinto tanto nelle Moto e niente in Formula 1? L'inchiesta
Dici MotoGP e dici Italia. Certo, in coabitazione con gli spagnoli, ma il tricolore sventola imperioso da sempre. Inutile citare i grandi della storia, troppi. In Formula 1, invece, ci è voluto Andrea Kimi Antonelli per rispolverare la nostra bandiera dal cassetto del dimenticatoio. Un paradosso se si considera che, nonostante lo shopping straniero in casa nostra, restiamo la patria dei motori, auto o moto che siano.
La risposta risiede in un mix di fattori economici, strutturali e culturali che hanno reso la strada delle quattro ruote molto più ripida di quella delle due. Per livellarla ci è voluto impegno e investimenti. E ora se ne raccolgono i frutti, anche se in netto ritardo.
Le barriere economiche contano davvero?
Si sa, correre in auto costa molto di più che farlo in moto. Una stagione in Formula 2 può costare circa quattro volte rispetto a una stagione in Moto2. Storicamente, le aziende trovano più facile sponsorizzare un giovane motociclista che un aspirante pilota di auto. Ma non è forse così per chiunque? Non riguarda solo gli italiani! Vero: il problema economico è solo la manifestazione superficiale di un limite strutturale del sistema, che se affrontato diversamente avrebbe potuto prevenirla.
La Motor Valley è in Italia, ma il cuore della F1 batte in Gran Bretagna
L'Italia ha la sua straordinaria Motor Valley. Ferrari, Maserati, Lamborghini, il meglio del meglio è lì. Eppure, la maggior parte delle sedi dei team di Formula 1 (8 su 11) non si trovano in Italia. Anzi, sono concentrate in un unico posto: un distretto della Gran Bretagna, tra l'Oxfordshire e il Northamptonshire. Di fatto, il cuore tecnico della F1 e gran parte del percorso formativo che porta ad essa sono stati a lungo anglocentrici. Chi aspirava alla Formula 1 doveva passare da lì, anche se nato oltre la Manica.
In questo contesto, l’Italia è rimasta a lungo priva di un sistema autonomo e strutturato di sviluppo dei piloti. I talenti italiani dovevano intercettare opportunità all’interno di academy estere. Tra le principali, Red Bull Junior Team (Milton Keynes), Mercedes Junior Team (Brackley/Brixworth), Alpine Academy (Enstone). La collocazione? Nel Regno Unito, manco a dirlo.
Solo recentemente, con l’attenzione ai talenti nostrani di Ferrari Driver Academy e il supporto tecnico ed economico di ACI Sport, sono arrivate le prime risposte concrete per ricucire il gap. Il vivaio italiano sta finalmente tornando a produrre nomi di rilievo internazionale. Antonelli è “solo” la punta di diamante.
Fattore sponsor In Italia, nonostante vengano prodotti i migliori telai da kart (OTK, CRG, IPK), la gestione sportiva dei giovani talenti è rimasta frammentata, legata a piccoli sponsor locali. Nel Regno Unito, al contrario, il programma Motorsport UK si caratterizza per un approccio organico, che prevede l’individuazione e il supporto (anche economico) fin dagli 8 anni. Improvvisazione contro organizzazione. Iniziative individuali contro centralizzazione. Un fenomeno che, nel tempo, ha finito per riflettersi anche sulla MotoGP. Nel decennio 2010‑2020, con Valentino Rossi ormai nella fase finale della carriera, l’unico a tenere alto con continuità il tricolore è stato Dovizioso, tra un acuto isolato di Iannone e un paio di Petrucci. Mentre in quello prima, gli italiani si alternavano spesso e volentieri (Valentino permettendo) sul gradino più alto del podio.
Ha dovuto metterci mano direttamente VR46, con la sua Academy, per evitare che il vuoto tra la sua generazione e quella successiva si ampliasse ulteriormente. Ancora una soluzione di un singolo, chiamato a supplire alle carenze di un sistema che non fa altrettanto. Fortunatamente, in questo caso, il singolo, per peso e visione, vale più di un sistema.
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Foto: Social F1

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