Le prime due gare della nuova era della Formula 1 saranno ricordate per il dominio Mercedes (e per la prima vittoria di Antonelli), ma anche per i tanti (troppi) problemi di affidabilità.
L’
Aston Martin firmata dal grande
Adrian Newey aveva annunciato che in Australia avrebbe ritirato le vetture a causa di
vibrazioni anomale della power unit Honda RA626H. Salvo poi sfruttare giusto qualche giro, quasi fossero dei test invernali, per evitare non solo possibili danni alla batteria, ma anche alla salute dei piloti: assurdo, quando c’è un ex iridato come Alonso che – parole sue – si sente ancora il migliore. Inspiegabile, se il doppio ritiro (anzi, mancata partenza) occorre nel GP seguente anche ai campioni del mondo in carica, a quella
McLaren capace di portare due piloti a contendersi il titolo nell’ultima stagione. Qualcosa di storico, le due macchine rimaste ferme per
problemi alla power unit. È la prima volta nella storia del team che entrambe le vetture non partono.
Cosa si nasconde dietro la fragilità delle nuove power unit
Al di là dello stupore per il doppio “DNS” in casa McLaren, l'episodio rappresenta il ritratto fedele dei problemi di integrazione e affidabilità dei sistemi elettrici che compongono le power unit. Sotto accusa c’è una delle novità tecnologiche più avanzate di tutto il panorama motoristico mondiale. Stiamo parlando del più sofisticato sistema di recupero energetico mai visto: fino a 350 kW in frenata e circa 8,5 MJ in media per giro, all’incirca 2,5 kWh. Rispetto ai 120 kW della MGU-K precedente, le attuali unità sono progettate per recuperare in frenata quasi il 300% in più. Impressionante la capacità di rigenerazione: l'energia recuperata in un solo giro basterebbe a far percorrere oltre 10 km a un grosso SUV elettrico. Il tutto a una velocità anche del 40-50% superiore alle migliori colonnine di ricarica veloce installate in giro per l’Europa.
Il problema non è nella tecnologia in sé, né nella singola componente, ma nell'integrazione. Gestire flussi energetici da 350 kW in sistemi così compatti richiede un’armonia perfetta tra software di controllo, cablaggi e isolamento termico. Un micro-corto circuito o un errore di comunicazione nel bus dati e l'intero sistema è paralizzato.
Inoltre, per recuperare l’ energia occorre esercitare una forza frenante enorme. Un “freno elettrico” così violento da produrre fatiche meccaniche e vibrazioni per diverse componenti della vettura. E se il software legge un dato anomalo (ad esempio a causa delle vibrazioni), il sistema va in fail-safe e stacca tutto, per evitare l'esplosione delle celle.
Infine, il problema dell’accumulo termico: se le temperature delle batterie e degli inverter salgono a picchi vertiginosi in pochi secondi, specie in mancanza di flussi d’aria (come sulla griglia o dietro una safety car), c’è il rischio di friggere i chip di controllo.
Rivoluzionaria come ogni altra tecnologia, ma con limiti mai visti prima
Non convince poi il fatto che la guida risulti stravolta, attanagliata da una gestione dell’energia diventata dominante su ogni altra dinamica al volante: non si tratta più soltanto di spingere al massimo, ma di controllare curva dopo curva come e quando utilizzare la batteria, quando recuperare energia e quanto frenare in modo rigenerativo. Ma non è stata rivoluzionaria anche l’applicazione della prima tecnologia alle corse? Non è stato così per ogni evoluzione che si rispetti? Sì, ma c'è una differenza sostanziale: le difficoltà attuali sono senza precedenti. Se il miglior team, supportato da un'infrastruttura d'avanguardia, non riesce nemmeno a portare le vetture sulla griglia di partenza, significa che il limite tecnologico delle attuali power unit è stato sorpassato.
La Formula 1 come laboratorio sociale
Sarà comunque questione di tempo per vedere gli effetti di questa nuova power unit che sfrutta, in un rapporto inedito per le corse, cinquanta e cinquanta, la motorizzazione termica ed elettrica. Presto per dire se sia un azzardo o una scelta azzeccata: di sicuro tirar su il piede 50 o 100 metri prima può sembrare un’anomalia per la categoria che dovrebbe rappresentare la massima espressione delle prestazioni automobilistiche. Ma è proprio la strada imboccata per ricercare queste ultime ad apparire dissestata.
Resta da capire se rimpiangeremo il vecchio
spettacolo o se, al contrario, finiremo per celebrare il nuovo. L’intrattenimento è, emozioni alla mano, persino aumentato. I duelli in pista decuplicati in un flashback spontaneo che riporta agli anni d’oro degli anni ’80 e ’90.
La pista è campo di battaglia e
laboratorio a velocità doppia per soluzioni destinate a rivoluzionare il quotidiano di interi settori, ben oltre i confini dell’automotive. Il
valore sociale della nuova Formula 1, che i puristi della velocità ignorano.