Coraggio, visione e vittorie: la storia GSE Racing tra Ducati, HM Plant, Airwaves e l’azzardo vincente Yamaha

Storie di Moto
giovedì, 25 dicembre 2025 alle 18:00
GSE Racing Superbike
GSE Racing Superbike
Il profumo di olio, l'ambizione pura e la capacità tutta britannica di fare le cose in grande partendo da un ufficio tecnico. La storia del team GSE Racing è esattamente questo: un romanzo d’altri tempi scritto sull’asfalto, dove il coraggio di Darrell Healey e l’intuito di Colin Wright hanno trasformato una struttura privata in una vera e propria corazzata capace di far tremare i colossi ufficiali.
Tutto iniziò quando il marchio GSE, legato al mondo delle costruzioni, decise che i cantieri non bastavano più e che la vera adrenalina era in pista. La scintilla scoccò alla fine degli anni novanta, in un British Superbike che era una fossa dei leoni. È qui che avvenne l’incontro del destino con un giovane carrozziere australiano che sembrava non aver nulla da perdere: Troy Bayliss. Con la Ducati 996 colorata dallo sponsor INS, il team costruì un successo che profuma di leggenda, portando Troy sul tetto del Regno Unito nel 1999 e lanciandolo verso quell'Olimpo che lo avrebbe reso il mito che tutti veneriamo ancor oggi.
Il GSE Racing però non si accontentò di restare nei confini dell'isola. Con il passaggio al mondiale, la squadra diventò un team "satellite" Ducati che di satellite aveva solo il nome.
Il 2003 resta l'anno d'oro, una stagione impressa nella memoria degli appassionati per il dominio assoluto di Neil Hodgson. Su quella Ducati 998 gialla e rossa marchiata HM Plant, Hodgson vinse quasi tutto quello che c'è da vincere, regalando a Healey il titolo iridato e dimostrando al mondo che una struttura privata, se gestita con visione e rigore, poteva dominare la scena globale.
Dopo l'addio al mondiale, il ritorno nel BSB non fu una ritirata, ma una nuova affermazione di forza. Gli anni delle livree bianche e blu targate Airwaves entrarono di diritto nell'iconografia del motociclismo. Erano i tempi dei trionfi di Gregorio Lavilla e della classe cristallina di Shane Byrne, anni in cui le Ducati del GSE erano le moto da battere, quelle che ogni pilota sognava di guidare. Eppure, il colpo di coda più incredibile arrivò nel 2009, quando il team decise di rompere il legame storico con la casa italiana per passare alla Yamaha. Molti gridarono al sacrilegio, ma i fatti diedero ragione a Wright: Leon Camier polverizzò ogni record precedente, vincendo il titolo con una superiorità che quasi imbarazzava gli avversari.
Poi, come spesso accade nelle storie più belle, il silenzio. Senza uno sponsor che garantisse gli standard di eccellenza a cui erano abituati, i vertici decisero di chiudere i box nel 2010. Una scelta dolorosa ma coerente con la loro filosofia: correre per vincere, o non correre affatto.
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