Tanto piccolo, tanto grande. Il Giesse Racing Team è stato uno dei numerosi privati presenti nel Mondiale
Superbike tra fine anni novanta ed inizio duemila.
A capo del progetto un solo uomo: Giuliano Sartoni, un combattente nel vero senso della parola. Il team era avanti, forse troppo avanti per l'epoca. Curava il marketing in maniera maniacale, meglio delle squadre ufficiali. La squadra era un gioiello a livello d'immagine. I social ancora non c'erano ma il team coinvolgeva gli sponsor e gli appassionati con iniziative nei centri commerciali, nei vari locali, allestiva stand negli eventi fieristici, realizzava video, CD-Rom, merchandising... Nel team si respirava un clima famigliare ma nello stesso tempo professionale. Il box era impeccabile così come la moto e l'abbigliamento della squadra.
Giuliano Sartoni, romagnolo doc, si è avvicinato al motociclismo a 21 anni dopo una brillante carriera nelle arti marziali.
"In passato gareggiavo nel full contact - racconta a Corsedimoto -
sono stato Campione del Mondo ed ho vinto 267 incontri su 271. La mia passione però erano i motori. Avevo un Malanca 125 cc , un bicilindrico da strada sportivissimo. All'epoca c'era però il mito della 500 così ho preso una Suzuki Gamma 500 da strada, ho tolto le frecce, coperto i fanali e sono andato a gareggiare, brillando a Magione. Erano gli anni di Bontempi, Migliorati... Il livello era molto alto. Volevo andare avanti ma i soldi non c'erano allora ho venduto la 500 e sono tornato al 125. Ho fatto poi tutta la trafila e nel 1999 ho debuttato nel Mondiale Superbike. Inizialmente ho gareggiato per altri team poi nel 2001 ho aperto il mio: il Giesse Racing Team con cui ho gareggiato nel Mondiale, pur non facendo tutte le gare, ed ho fatto varie wild-card nel Campionato Italiano". Pilota, team principal e manager
"Credo di essere stato l'unico a gareggiare nel Mondiale Superbike con il proprio team curando veramente tutto da solo. Ci sono stati piloti che hanno gareggiato per i team di famiglia ma nel mio caso era diverso: mi occupavo di tutto io poi salivo in moto e facevo il possibile. Curavo la ricerca sponsor, il marketing, la logistica, mi occupavo della gestione del personale: di tutto. Ricordo ancora quando dovevamo andare ad una gara in Spagna, con il camion, ma i confini francesi erano chiusi per la vicenda della "mucca pazza". Avevo dovuto organizzare il viaggio via mare ed era stato un'odissea. Poi arrivato, ho scaricato tutto, sono salito in moto ed ho fatto ... ciò che potevo". Il livello era molto alto
"Ad inizio anni duemila non c'era il monogomma ma pneumatici diversi e ci potevano essere anche due secondi dagli uni agli altri. Poi c'erano le varie moto ufficiali e chiaramente la differenza tra i team factory e quelli privatissimi era abissale. C'erano molte più moto di oggi ed il limite del 105% quindi già riuscire a gareggiare era un vero successo. Ricordo una gara del Mondiale Superbike con 46 iscritti per 36 posti in griglia. Si rischiava la pelle già solo per riuscire a qualificarsi. Bisognava dare tutto, anche di più per stare nei 20 o nei 30. Le moto non avevano certo i controlli di oggi. Ora ci sono tanti piloti in pochi decimi mentre ai miei tempi si parlava di secondi. Tra l'altro c'erano due manche nello stesso giorno. Ora credo sia uno sport più fisico ma è tutto molto più livellato: il monogomma ha fatto la differenza". L'incidente, il team con Romboni e la parola fine
"Il 6 ottobre 2002 sono rimasto vittima di un grave incidente dell’ultima prova del Mondiale Endurance, a Vallelunga. Ho riportato sei fratture a tibia e perone, mi sono fratturato tre costole, l'omero, la scapola... Ho provato a tornare in moto ma era impossibile. Ho fatto un test ma dopo pochi giri mi sono reso conto di non avere la forza necessaria al braccio sinistro. E così ho detto basta, per sempre. Ho smesso con l'attività di pilota e mi sono dedicato a quella di team manager a tempo pieno con Doriano Romboni e Matteo Savini. Mi sono tolto delle belle soddisfazioni, con entrambi. In un primo tempo avevamo le Ducati poi siamo passati alle Yamaha per un motivo di natura prettamente economica: i costi delle Ducati erano troppo alti. Successivamente ho abbandonato la Superbike, ho lavorato nei campionati giovanili e tra i piloti che ho cresciuto c'è stato anche Samuele Cavalieri. Ho avuto vari ragazzini veloci con i quali mi sono trovato bene e mi realizzato come talent scout. Dopo alcuni anni ho chiuso il team Giesse per dedicarmi ad altro". Di cosa ti occupi oggi?
"Da diversi anni sono il coach al team MMP Racing. Ringrazio di cuore il proprietario Simone Bergonti, un autentico appassionato. Abbiamo lanciato tra gli altri anche Mattia Sorrenti. Quest'anno avremo Alfonso Coppola e Filippo Bianchi, due veri talenti, sono convinto che ci regaleranno delle belle soddisfazioni. Ho anche una società di engineering a San Marino: la LucSar. Ci occupiamo di pezzi speciali per moto da competizione. Tra l'altro, su incarico di Manuel Puccetti, abbiamo realizzato dei competenti per la QJ impegnata nel Mondiale Supersport". "Se sei incerto...tieni aperto!" il grande Giovanni Di Pillo racconta 40 anni di Motorsport, a modo suo: disponibile in tutte le librerie e su
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