Un’opera d’arte avveniristica o una follia?
Bimota DB3 Mantra è una moto che non si dimentica, nel bene e nel male. Quando era apparsa per la prima volta al Salone di Colonia del 1994 aveva suscitato reazioni contrastanti.
La firma di Sacha Lakic sul design era immediatamente riconoscibile, un tratto che non voleva rassicurare: voleva provocare, aprire spazi inattesi, liberare l'immaginazione. La Mantra non si preoccupava di piacere, non si truccava per sedurre. Si presentava così com’è, con quel frontale che sembrava una maschera tribale e il serbatoio scolpito come un’opera organica, quasi viva.
Sotto quella carrozzeria anticonvenzionale batteva il collaudatissimo bicilindrico Ducati da 904 cm³, lo stesso della Monster 900.
Un classico L-Twin raffreddato ad aria, alimentato da due carburatori Mikuni da 38 mm e capace di sviluppare 86 CV a 6000 giri, con una coppia corposa di 9,2 kgm a 5700 giri. Numeri che oggi possono sembrare contenuti, ma negli anni ’90 garantivano un’erogazione piena, ruvida e coinvolgente, esattamente ciò che il pubblico
Bimota cercava.
Il telaio in alluminio, con quei tubi a sezione ovale, sembrava quasi disegnato a mano libera, eppure era una delle strutture più rigide e raffinate dell’epoca. I cerchi Marchesini montavano pneumatici moderni per l’epoca: 120/70 ZR17 davanti, 180/55 ZR17 dietro. Le sospensioni Paioli ed i freni
Brembo completavano il quadro tecnico.
La Mantra, nonostante la linea da concept bike, era una moto precisa, efficace e comunicativa. Dopo il primo impatto, dopo qualche curva, quel mondo di forme strane diventava un dettaglio lontano, e quello che restava era la sensazione di guidare qualcosa di profondamente diverso da tutto il resto.
Quando nel 1997 venne presentata una versione aggiornata, con un frontale più morbido e qualche ritocco alla coda, era come se
Bimota avesse deciso di accarezzare un po’ il pubblico, di tendere una mano a chi non aveva avuto il coraggio di innamorarsi della prima versione. Eppure, nonostante le modifiche, la sostanza non cambiava: era sempre lei, la Mantra, un’idea forte, senza compromessi.
Oggi, riguardandola, si può sorridere delle sue spigolosità, dei suoi eccessi, delle scelte ardite che all’epoca fecero storcere il naso a molti. Proprio quella sua diversità ha permesso però alla DB3 di sopravvivere al tempo. Non tutti l’hanno capita, non tutti l’hanno amata, ma nessuno l’ha mai dimenticata. Forse è proprio questa la vera magia della Mantra: non la perfezione, non il consenso, ma il coraggio di essere qualcosa che gli altri non erano.
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