E' stato per decenni il Mondiale più amato dagli appassionati duri e puri, quelli che consideravano i GP una cosa da fighetti. Ora la Superbike è una noia mortale: non c'è più sfida tecnica, i piloti non hanno carisma e l'intero pacchetto ha perso completamente identità. Come si risolve una crisi così?
1) Problema più evidente: la Ducati Panigale V4
L'arrivo della Ducati Panigale V4, una MotoGP omologata per la circolazione stradale, ha spostato completamente i riferimenti, tagliando fuori le avversarie. L'anno scorso la superiorità era stata mascherata dalla particolare alchimia del pacchetto Toprak Razgatlioglu-BMW, ma Nicolò Bulega aveva comunque lottato fino all'ultima gara, perdendo il Mondiale per una manciata di punti. Il terzo ha finito quasi sempre lontanissimo, oltre i 15 secondi in gare da 80-90 chilometri. Il passaggio del turco in MotoGP ha lasciato la BMW senza il fattore umano che pareggiava la situazione. In questo 2026 la Ducati ha vinto tutte le gare, spesso piazzando 5-6 moto al vertice, incluse le Panigale private. In classifica la prima non-Ducati è la Bimota motorizzata Kawasaki di Alex Lowes, a -352 punti dal vertice.
E dire che il regolamento tecnico è scritto in modo da assicurare l'equilibro prestazionale fra tutti e cinque i costruttori tramite i valori del regolatore della portata del carburante, che possono cambiare ogni tre round. La Ducati è stata portata al limite (44 chili/ora) ma nessuno se n'è accorto. Chi ha pensato questo sistema non aveva calcolato che Borgo Panigale avrebbe sopperito usando una benzina speciale, ad altissimo valore energetico e costo proibitivo (
qui è dettagli). Ma c'è di più: il promoter del Mondiale ha anche il diritto di far scattare la cosidetta "
regola di Dio", cioè può inventarsi qualunque misura ritenga utile per mantenere alti equilibrio e spettacolo. Ma evidentemente non gli è venuto niente in mente...
Bulega è un talento cristallino, ci mancherebbe. Ma neanche ai tempi di Fogarty, Bayliss, Biaggi o Rea, solo per citare i campionissimi, nessuno ha fatto una tale differenza. Sui social ha fatto presa il Ducati pensiero, cioè "gli altri non vincono perchè non investono". Non è vero: Honda, Yamaha, BMW e Kawasaki schierano team iper ufficiali, la marca di Akashi addirittura supporta lo sviluppo tecnico di due modelli diversi, includendo la Bimota. Vogliamo parlare di ingaggi di piloti? Nel 2025 BMW ha pagato Razgatlioglu 2,5 milioni, dieci volte tanto Nicolò Bulega in Ducati. Adesso il dominatore prende 700 mila € ma solo perchè l'estate scorsa la Rossa dovette evitare che finisse in Germania. Iker Lecuona prende 150 mila €, un quarto di Petrucci in BMW, che paga Miguel Oliveira oltre il milione. C'è di più: la Ducati vendendo le moto ai team satellite recupera gran parte dell'investimento, gli altri hanno quasi tutti solo il team factory. Quindi: semmai è vero il contrario, la Ducati spende meno delle altre!
2) Superbike: qual è l'identità, oggi?
Nella storia del motociclismo c'è sempre stato un campionato per derivate dalla serie a fianco del Mondiale, anche più di uno. Negli anni '80, poco prima che nascesse la Superbike, c'erano l'Endurance e il campionato TT F1, da cui il WorldSBK prese origine. Prima della Superbike nessun campionato per derivate è mai stato minimamente paragonabile al Motomondiale: vivevano in nicchie ben delimitate. Invece la SBK, nata nel 1988, nel 199-93 era già diventata un pericolissimo concorrente dei GP. In Gran Bretagna, grazie al fenomeno Foggy, la Superbike andava in diretta sulla BBC e aveva un'audience ben superiore alla 500. Anche Italia, feudo tradizionale dei GP, la Superbike nei '90 è diventata un Mondiale di grandissimo successo.Tanto da diventare un'autentica spina nel fianco di Dorna, che nel '92 aveva comprato il Motomondiale. Perchè questo repentino successo? Non è solo questione di regolamenti tecnici, di successo delle ipersportive stradali o di campioni particolarmente carismatici, ma di IDENTITA'. La Superbike si presentava come un campionato "diverso", quello dei piloti "veri", dei duelli carena contro carena fino all'ultima curva. Un campionato accessibile, che permetteva agli appassionati di fare capolino nel box e scambiare quattro chiacchere coi campionissimi. Insomma, colmava un vuoto e imponeva una propria filosofia, un modo di vivere la gara in circuito, un'appartenza. La SBK, coi suoi van Corona pieni di belle ragazze e musica in giro per le grandi città a reclamizzare la gara, era diventata un fatto di costume. Gli appassionati la amavano.
3) La copia povera della MotoGP
L'acquisto da parte di Dorna, lo stesso promoter della MotoGP, nel 2013 ha creato un monopolio che ha coinciso con la parabola discendente. La progressiva omologazione con la top class ha tolto alla Superbike unicità e identità. E' cambiato tutto, dal ruolo dei team a quello dei piloti, fino agli investimenti promozionali che oggi sono completamente assenti. Piccolo esempio: il ruolo dei protagonisti.
Fogarty, Bayliss e perfino chi non ha mai vinto Mondiali come Pirovano o Haga, sono diventati icone per gli appassionati. Loro parlavano, si raccontavano, fiorivano aneddoti, indiscrezioi, polemiche. Insomma non mancava mai il "materiale" sui cui costruire storie appassionanti. Adesso pensate a Nicolò Bulega: è un talento finissimo, ma vi ricordate una frase che abbia detto e vi sia rimasta in mente?
4) La Superbike è finita?
Il momento, in effetti, è assai brutto. "Non la guardo più", "non sapevo neanche che corressero" sono commenti sempre più frequenti sui social. Finora, in questi dieci anni di monopolio, la Superbike si è cullata sugli allori di una riconoscibilità costruita nei decenni precedenti. Progressivamente gli appassionati hanno cominciato a non identificarsi più, ma il gioco reggeva per inerzia. Adesso siamo ad un punto di rottura.
Probabilmente basterebbe qualche mossa particolarmente azzeccata per riaccendere il fuoco sacro. Il problema è capire chi abbia in mano la scatola dei cerini.
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