Il Re e l’Eretico: il biennio di fuoco Superbike tra Fogarty e Kocinski

Storie di Moto
lunedì, 31 agosto 2026 alle 19:30
Storie di Moto: 1997 scontro titanico Kocinsky vs Fogarty
Se c’è un momento in cui il mondiale Superbike ha rivendicato e rimarcato i contorni di un motociclismo puro ed essenziale, quel momento è il biennio 1996-1997.
Duelli accesi ce n’erano già stati, così come viva era la sensazione tra il pubblico-motociclista di assistere a uno spettacolo autentico. Eppure, mancava ancora qualcosa. Serviva un cortocircuito emotivo che portasse la tensione al punto di rottura. Arrivò con la rivalità, sfociata a tratti in aperto odio sportivo, tra Carl Fogarty e John Kocinski.
Visioni opposte del mondo per due personalità incompatibili: un unico obiettivo per entrambi, la vittoria, e piste diventate troppo strette per accoglierli insieme senza fare a spallate.

Il re del popolo contro l'ultra-professionista

Per afferrare l’essenza di questa rivalità bisogna tracciare (lievemente e a mano libera, perché per storia e complessità servirebbero due monografie) i profili dei due protagonisti.
Carl Fogarty, il re delle derivate di serie. Un britannico viscerale, scontroso. Foggy guidava le supersportive anni ’90 come nessun altro, la rabbia agonistica guidava Foggy moltiplicandone il talento. Non voleva solo vincere, voleva distruggere psicologicamente gli avversari. Se in moto servono braccia e gambe, lui ci metteva soprattutto cuore e pancia. Anche (e soprattutto) per questo, unitamente alla sua sfacciataggine e mancanza totale di filtri, era l’idolo del pubblico.
John Kocinski, l’ex campione del mondo 250cc cresciuto alla scuola di Kenny Roberts. Ossessivo fino alla paranoia – nota la sua mania per la pulizia –, dotato di un temperamento glaciale e un’incrollabile certezza nei propri mezzi. Kocinski era arrivato in Superbike con l'aria di chi fa un favore al campionato, certo che il suo talento da solo valesse più di quello di tutti gli avversari in griglia.

1996: l'innesco della miccia

Nel 1996, dopo due titoli consecutivi, Fogarty lascia la Ducati per passare alla Honda e portare al successo la RC45. A raccogliere la sua eredità sulla Ducati 916 arriva proprio Kocinski: sulla carta due campioni per le due moto migliori in griglia; nei fatti l'inizio di una guerra che ha segnato un’era. The King mal sopporta la freddezza e l’aria di superiorità dell’americano, e lo accusa pubblicamente di essere un arrogante senza rispetto per nessuno. Kocinski non si scompone e lo liquida dicendo che l'unica cosa che conta sono i tempi sul giro, non le parole. La sua classica risposta.
In pista la rivalità sfocia ben presto in duelli al limite. Ad Assen i due mettono in mostra tutto il loro repertorio, portando la tensione al limite fino alla variante Geert Timmer: Kocinski sorprende Fogarty, ormai certo di aver portato a casa la vittoria, buttandosi all’interno alla disperata. Foggy si scompone ma ha la freddezza di incrociare, nonostante la manovra abbia portato anche Troy Corser a inserirsi nella disputa; resiste al corpo a corpo a tre e la spunta in volata per una questione di centimetri.
Alla distanza, però, ad approfittare della logorante guerra Fogarty-Kocinski è proprio il terzo incomodo: il Mondiale 1996 finisce a sorpresa nelle mani di Corser su Ducati.
Storie di Moto: Carl Fogarty iridato 1997

1997:  la resa dei conti

Il 1997 è il secondo capitolo della sfida, che coincide con l’epilogo. Fogarty e Kocinski si scambiano le moto: il britannico torna a casa in Ducati, l’americano diventa l'uomo di punta della Honda. La corsa al titolo diventa un affare privato che raggiunge l'apice nello scontro carena contro carena in Austria, in cui ad avere la peggio è Kocinski. Nessuna strategia, nessun calcolo per il campionato: conta solo stare davanti all’altro. Kocinski conquista alla fine il Mondiale, ma la ruggine accumulata tra i due è destinata a durare. L’anno successivo, nonostante il rivale abbia lasciato la Superbike per tornare in 500cc, Fogarty commenterà in un’intervista all’Independent: «Ho molto rispetto per Kocinski come pilota, ma come persona non mi piace per niente. Tratta gli altri come servi. Io non lo farei mai. In pista però siamo uguali: a nessuno dei due interessa arrivare secondo. Per me finire dietro è un disastro, e sono sicuro che per lui sia lo stesso».
Quella tra Fogarty e Kocinski non è stata una rivalità basata sulla stima reciproca, come – ad esempio – quella che avrebbe poi caratterizzato il dualismo tra Edwards e Bayliss. È stato uno scontro tra due piloti con caratteri diversi ma ugualmente orgogliosi, animati da una reciproca e vera antipatia. Con un tratto in comune, come in seguito ammesso dallo stesso Fogarty: “In pista io e Kocinski ci somigliamo perché, come me, a lui non interessa arrivare secondo. Per me è un disastro e sono sicuro che lo sia anche per lui. Molti piloti sono contenti di fare un paio di piazzamenti discreti e tornarsene a casa. Se lo faccio io, divento insopportabile per qualche giorno”. Ed è proprio in queste parole che risiede la forza narrativa dei duelli Fogarty-Kocinski: nella consapevolezza che nessuno avrebbe chiuso il gas prima del tempo, a costo di buttare la gara; nella sensazione che ogni staccata potesse finire in bagarre, che il limite tecnico venisse costantemente travalicato da quello personale. Senza questo dualismo, la golden age della Superbike sarebbe stata un po’ meno brillante.
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