Vincent non è stata soltanto una casa motociclistica, è stata l’incarnazione di un’epoca in cui l’ingegneria era pura sfida ai limiti della velocità.
Fondata nel 1928 da Philip Vincent, la casa britannica
nacque dalle ceneri della HRD Motorcycles, realtà creata dal pilota Howard
Raymond Davies. Proprio Davies aveva dato notorietà al marchio vincendo il
Senior TT nel 1925, ma il successo sportivo non bastò a salvarne i conti.
Quando HRD chiuse, fu il giovane Vincent, uno studente universitario di famiglia
benestante, a rilevarne il nome, trasferendo la sede a Stevenage e dando vita
alla Vincent HRD.
Nei primi anni la produzione si basò su motori forniti da
terzi ma la svolta arrivò nel 1934, quando
l’ingegnere australiano Philip Irving progettò per Vincent nuovi propulsori
proprietari da 500 e 1.000 cm³.
La vera scossa al mercato arrivò però nel 1936 con la
presentazione della Rapide al Salone di Londra: un bicilindrico a V di un
litro, 45 CV e oltre 170 km/h di velocità massima. Numeri impressionanti per
l’epoca ma il prezzo elevato ne limitò la diffusione: solo 78
esemplari prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Durante il conflitto l’azienda si riconvertì alla produzione
bellica, realizzando munizioni e motori nautici. Ma il dopoguerra segnò l’apice
della parabola tecnica Vincent.
Vincent Black Shadow: 200 km/h nel 1948
Nel 1948 arrivò il modello destinato a entrare nella storia:
la Black Shadow. Derivata dalla Rapide ma potenziata fino a 55 CV, era capace
di toccare i 200 km/h. Un dato che la rese, ufficialmente, la motocicletta di
serie più veloce al mondo. La sua estetica total black contribuì a
costruirne il mito. Negli Stati Uniti, mercato chiave per l’espansione, il
marchio abbandonò la sigla HRD per evitare confusioni con Harley-Davidson,
diventando definitivamente Vincent.
Nel 1949 arrivò la serie “C”, con la sofisticata sospensione
anteriore Girdraulic, e soprattutto la versione più estrema di sempre: la Vincent
Black Lightning. Alleggerita, portata a 70 CV, accreditata di 240 km/h, era una
moto nata esclusivamente per le competizioni. Un autentico missile su due ruote. Accanto alle bicilindriche continuarono a vivere anche le
monocilindriche 500 Meteor e Comet, ma era chiaro che il cuore tecnologico
dell’azienda batteva forte sui grandi V-Twin.
Nel 1954 fu introdotta la serie “D”, con modelli carenati in
vetroresina come Black Knight e Black Prince. Una scelta stilistica audace,
forse troppo avanti per il mercato dell’epoca. Le vendite non decollarono e le
difficoltà finanziarie divennero insostenibili. Nell’estate del 1955 Philip Vincent annunciò la fine della
produzione motociclistica. Il 16 dicembre uscì dagli stabilimenti di Stevenage
l’ultima moto, una Black Prince con la dicitura simbolica: “The Last”. In totale furono costruite 11.036 motociclette, di cui 6.852
bicilindriche.
Dopo la chiusura, l’azienda tentò la strada dell’
ingegneria
meccanica e dei motori industriali, sviluppando anche la moto d’acqua Amanda e
il motore aeronautico Picador, senza però riuscire a trovare nuova stabilità.
Nel 1959 arrivò la liquidazione definitiva.
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