Triumph e la corsa all’impossibile: una leggenda scolpita sul sale

Storie di Moto
venerdì, 25 aprile 2025 alle 19:10
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"Non è facile volare senza ali" scrisse Plauto. Ma la voglia di volare è sempre stata nel DNA dell'uomo.Il desiderio di superare l’orizzonte non è un sogno, ma è da sempre una sfida quotidiana. Ed è anche così che nascono i record di velocità. Le due case motociclistiche maggiormente impegnate nella caccia ai record di velocità sono state (e sono) Triumph e Suzuki.
Nel 1924 Malcolm Campbell, con la propria Darracq celebre come "Blue Bird" fissò sulle sabbie gallesi delle Pendine Sands un record di velocità di 234,91 km/h. Prima ancora però che quel nome entrasse nei libri di storia, c’erano già stati altri uomini pronti a correre contro il vento: i piloti Triumph. Le motociclette inglesi erano protagoniste silenziose ma instancabili, in prima linea nella ricerca del limite. Dalla spiaggia liscia del Galles del Sud alle immense Salt Flats di Bonneville, correvano instancabilmente non solo per vincere, ma per riscrivere ciò che si credeva possibile.

I primi record di velocità degli uomini Triumph

Nel 1954, Jack Dale si presentò alla partenza con un coraggio che sfiorava la follia: solo un costume da bagno lo separava dalla sua Triumph Thunderbird e dal mondo. Più aerodinamico così, si diceva. Più vero. L’anno seguente, il destino chiamò Johnny Allen un uomo senza paura, che vide nella vastità di Bonneville la tela perfetta per il proprio capolavoro. A bordo dello streamliner Devil’s Arrow, lungo 4,5 metri, Allen raggiunse i 310 km/h. La gloria però non si conquista una volta sola. Quando il team tedesco NSU alzò l’asticella, Triumph tornò sul sale con nuova vernice e un nuovo nome: il Texas Cee-Gar. Allen, ancora lui, volò a 345 km/h. Era il 1956. Quel record rimase imbattuto per sei anni.
Da quella leggenda nacque la Triumph Bonneville, presentata nel 1958 e battezzata così proprio in omaggio a quel sogno che si rincorre sul sale. Non era solo una moto: era un tributo a chi aveva osato.
Negli anni Sessanta, in un mondo che si preparava ad arrivare sulla luna, anche la corsa su due ruote divenne più audace. L’ingegnere aeronautico Joe Dudek sognò in grande: prese una Bonneville T120, la spinse oltre i limiti del conosciuto e con l’aiuto di Bill Johnson raggiunse i 329 km/h, alimentata a benzina. Ma non bastava. Con il serbatoio pieno di nitrometano e il cuore pieno di incoscienza, Dudek e Johnson toccarono i 361,41 km/h. Era un nuovo record mondiale. Il giudice, per una curiosa coincidenza, era proprio Bus Schuller: colui che anni prima aveva assistito alla folle corsa di Dale in costume da bagno.
Quel mezzo bruciò in un incendio nel 1974 però il record, scolpito nel sale e nella memoria, resistette fino al 1992.
Nel frattempo, il testimone era già passato a Bob Leppan, il più grande concessionario Triumph d’America. A guidarlo, una mente geniale: Alex Tremulis, figlio di immigrati greci e disegnatore visionario. Aveva lavorato per Ford, immaginato l’auto del 2000 e perfino ipotizzato l’aspetto dei dischi volanti tuttavia fu con il Gyronaut X-1 che lasciò davvero il segno.
Nel 1966, Leppan raggiunse 394 km/h. “Se lo fai, non puoi essere normale” dichiarò “Se non sei disposto a rischiare tutto, non è per te”. Era un tempo in cui la velocità era verità. E la verità non fa sconti.

L'epoca moderna con Triumph Rocket

Nel 2014, la leggenda riprese forma. Un nuovo streamliner rivestito in fibra di carbonio, due motori Triumph Rocket III e oltre 1.000 cavalli pronti a ruggire. A pilotarlo, Jason Di Salvo, vincitore della 200 Miglia di Daytona. L’obiettivo? Le 400 miglia orarie cioè 643 km/h.
“Dopo un po’ ti desensibilizzi” raccontò Di Salvo “Poi rientri in albergo con l’auto a noleggio e ti accorgi che stai andando a 160 km/h. E ti sembra lento”.
Il maltempo però ostacolò ogni tentativo. Nel 2016 e nel 2017 fu la volta del pilota TT Guy Martin. Il nuovo streamliner Triumph Infor Rocket era pronto, ma la pista non lo era: la pioggia rese le saline impraticabili.

Suzuki protagonista con Hayabusa

Nel grande racconto della velocità, Suzuki è il samurai silenzioso che, lontano dai riflettori, affila la lama del proprio ingegno per colpire al cuore del mito. L'obiettivo? Lo stesso, irraggiungibile sogno inseguito da Triumph: infrangere la barriera delle 400 miglia orarie, diventare la moto più veloce mai costruita su questa terra.
Il marchio giapponese ha scritto pagine indelebili nella storia delle due ruote, ma con la Hayabusa, Suzuki ha riscritto il concetto stesso di velocità. Nome giapponese per il falco pellegrino, l’animale più veloce del pianeta, la Hayabusa divenne la base perfetta per tentare l’impensabile.
Tra i più celebri progetti c’è quello portato avanti dal pilota Bill Warner, che su un prototipo aerodinamico ispirato alla Hayabusa spinse la sua moto a 502 km/h (312 miglia orarie) nel 2011, diventando l’uomo più veloce su una moto a ruote scoperte. La moto era spinta da un motore turbo da oltre 1.000 CV. Warner non si accontentò. Voleva le 300 mph in un solo miglio di accelerazione. Nel 2013, durante un nuovo tentativo, perse la vita a oltre 460 km/h. La sua determinazione resta scolpita nella memoria collettiva della velocità.
Suzuki non si è fermata. Nel corso degli anni, team indipendenti come Team 7 Racing e progetti artigianali provenienti dagli Stati Uniti e dal Giappone hanno continuato a spingere le Hayabusa oltre i 600 km/h, spesso utilizzando streamliner completamente carenati, sospensioni modificate e combustibili alternativi.

La barriera delle 400 miglia: un sogno ancora da realizzare

Questi prototipi, spinti da motori Hayabusa biturbo, sono costruiti per una sola missione: conquistare le 400 miglia orarie. Un obiettivo che non è solo un numero, ma un testamento alla follia e alla genialità umana. Ma come per Triumph, anche per Suzuki la piana di Bonneville ha spesso offerto più sfide che risposte: pioggia, vento, condizioni imprevedibili. E così, ancora oggi, il record delle 400 miglia resta lì : intatto, misterioso e desiderato.
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