Ci sono storie che sembrano scritte per diventare leggenda, fatte di promesse mantenute e di sogni che si infrangono a un passo dal traguardo. La vicenda della Mondial Piega inizia con una stretta di mano che ha il sapore del mito: quella tra il conte Pierluigi Boselli e i vertici della Honda.
In nome di un’antica amicizia che legava il marchio milanese al fondatore Soichiro, i giapponesi decisero di compiere uno strappo alla regola, concedendo il loro motore più prezioso, il bicilindrico a V della VTR1000 SP-1, a un costruttore esterno. Nacque così una delle moto più affascinanti e tormentate del nuovo millennio.
La Piega non era semplicemente una moto assemblata, ma un vestito di sartoria cucito attorno a un propulsore da mondiale. Mentre il telaio a traliccio in tubi di acciaio accarezzava il motore nipponico, l’elettronica veniva affidata alle sapienti mani di Pietro Di Zinno. La sua iniezione dedicata EFI trasformò quel carattere già burrascoso in una sinfonia di precisione millimetrica. Ma l'eccellenza non si fermò alla prima serie.
Il destino volle che la stirpe si evolvesse nella rarissima versione EVO, un gioiello di cui il mondo ha visto solo due esemplari, identificati dai telai numero 00069 e 00101. Queste macchine rappresentavano la perfezione formale, ridisegnate dalla matita ispirata di Massimo Zaniboni. L’autore della Starfighter 1000 riuscì a pulire le linee della carenatura, rendendola più armoniosa e filante, quasi a voler assecondare il vento prima ancora di sfidarlo in pista.
Proprio i cordoli rappresentavano il richiamo della foresta per la Mondial. Il ritorno in Superbike fu un percorso accidentato, iniziato con i primi vagiti nei test del 2001. Tra le mura dell’officina milanese videro la luce solo tre esemplari in configurazione SBK pura, macchine nate per correre che però rimasero confinate nel silenzio dei test privati. Tuttavia, il fuoco sacro delle competizioni trovò sfogo nel 2003, quando la casa decise di gettarsi nella mischia del Campionato Mondiale Endurance. Fu un’annata di sacrifici e di sudore, con Maurizio Bargiacchi e Andrea Perselli impegnati a portare il nome Mondial nei circuiti più massacranti del mondo, dimostrando che sotto quella bellezza da salone batteva un
cuore d'acciaio.L’ultimo sussulto di orgoglio arrivò nel 2006. Il Team L.M. Superbike di Learco Ghelfi decise di scommettere ancora su quel progetto, schierando in pista due stupende Piega in versione Superbike che sembravano poter riaprire la partita. Ma il destino, spesso cinico, si presentò sotto forma di un cambio regolamentare federale nel 2007.
Le nuove norme tecniche tagliarono le gambe a un progetto che faceva della sua architettura originale un vanto, costringendo la Mondial ad ammainare le bandiere e accantonare ogni attività sportiva. La Piega uscì così di scena, lasciando dietro di sé il profumo del carbonio e il rimpianto di ciò che avrebbe potuto essere se il tempo fosse stato più galantuomo.
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