Il motorsport è una miscela esplosiva di leghe leggere, gomma, asfalto e odore di benzina. Gli atleti di altri sport devono battere un avversario, ma ai piloti non basta, perché loro se la giocano anche contro il tempo e il destino. Un campo da calcio è una realtà codificata e sotto controllo, mentre il circuito è un groviglio di emozioni, opportunità e pericoli che cambiano ad ogni giro scandito dall’incedere impietoso delle lancette del cronometro.
Gli sport a motore hanno una forza d’attrazione potentissima, ma perché? Se ci pensate a mente fredda, correre girando intorno all’allegoria di una strada sempre uguale potrebbe passare facilmente per un’attività umana senza senso. Uno sport “immotivato”, per giunta rischioso. Cos’è che ci attrae e lega con tale forza i piloti là dentro e noi appassionati che da fuori non ci perdiamo un istante? Risposta semplice: è la capacità evocativa che il motorsport intrinsecamente possiede, così come ogni altra cosa della nostra vita che ci affascina così tanto proprio perché non pare avere una “giustificazione” apparente.
La narrazione è il vero carburante delle corse, fin da quando sono cominciate. Il linguaggio del motorsport cambia e si adatta, segue i cicli della storia, del gusto, del costume, delle innovazioni tecnologiche e dell’immaginazione. Le corse non sono soltanto sfide di tecnica e di uomini, ma letteratura. Per questo il racconto muta, così come cambiano il cinema e la musica. Correre è un’arte.
Gli albori del Motorsport: Tourist Trophy, 1937
Omobono Tenni, pilota trevigiano, aveva la Guzzi 250. All'epoca i 60,6 chilometri del TT, il tracciato stradale più folle di sempre, erano territorio inespugnabile dei piloti britannici.
“Tenni viene dalla terra dei Cesari”: fu così che venne presentato dai giornalisti del Regno, quando ancora non sapevano come sarebbe andata. Quel pilota veneto minuto e silenzioso partì
“come non ci fosse un domani” e giro dopo giro seminò gli inglesi per strada. Il
radiocronista della BBC urlò al microfono una frase che sarebbe rimasta scolpita per sempre nell’immaginario delle corse.
"Le notizie che mi pervengono da ogni zona del circuito concordano su un solo punto: Tenni sta curvando con pazzo abbandono, creando dubbi sul fatto che egli possa finire la gara in un pezzo solo”.
Omobono restò intero e fu il primo italiano, per giunta con moto italiana, a sbancare il TT. Inconsapevolmente, il giornalista britannico aveva disegnato un’era motoristica che sarebbe durata, più o meno, fino agli anni Settanta. Per oltre mezzo secolo le corse non si sono viste, ma immaginate. I circuiti erano così lunghi che le informazioni rimbalzavano di curva in curva in un tam tam di testimonianze oculari che con il passare dei metri e dei minuti si infarciva di dettagli sempre più fantasiosi. Senza dirette TV, il motorsport era evocato, senza essere visto direttamente. Radio, cinegiornali, riviste e perfino il cinema: fra l’azione e lo spettatore, c’era una distanza temporale ampia e, con essa, la possibilità di intervenire in profondità sul racconto. Fino agli anni Settanta, le corse non erano quasi mai “notizia”, ma “reportage”, se non “storia” tout court. Follia e rischio erano elementi imprescindibili, da esaltare al massimo. La possibilità che un pilota potesse “non restare tutto d’un pezzo” era l’elemento distintivo fra gli sport “normali” e le corse, dove gli atleti si giocavano non solo prestigio, ma la vita.
Nei circuiti in giro per il mondo: 2002-2024
Dagli anni Ottanta il motorsport ha radicalmente cambiato pelle con l’avvento della copertura TV in diretta. Per la prima volta il pubblico ha avuto modo di vedere tutto quanto accadeva in pista, su ogni pista, dal primo all’ultimo giro. Lo storytelling è cambiato al punto che i giornalisti inviati sui circuiti, che da mezzo secolo erano i “narratori” esclusivi di piloti e corse, si sono trovati nella scomoda posizione di saperne meno dei milioni che erano a casa. Negli anni ’80-'90 il reporter si è reso conto che seguendo le gare da bordo pista, com’era sempre stato, osservando solo qualche centinaio di metri, avrebbe avuto meno informazioni dei telespettatori che, istantaneamente, potevano osservare ogni metro, ogni sorpasso, qualunque incidente. Il giornalista-inviato stava perdendo il ruolo di interprete esclusivo del processo realtà-racconto-pubblico. Con il passare degli anni la TV è diventata sempre più elemento cardine del motorsport, in quanto i diritti televisivi si sono rivelati fonte di business ben superiore a quella dei mecenati dei primordi e degli sponsor dell’età di mezzo. Non solo: la TV è diventata una parte dello show.
“L’ingresso del mondo dei motori nella TV generalista ha dato una forte spinta alla creazione di un immaginario comune del motorsport e ha portato in pochi anni allo sviluppo di una vera e propria grammatica del racconto delle gare, delle moto e dei protagonisti.” Ci spiega Katia Goldoni, Executive Advisor di Twig. “È nato così una sorta di genere fatto di inquadrature, voce narrante e montaggio in diretta in grado di restituire, se non a volte di enfatizzare, quel senso di sfida spericolata che sarebbe difficile provare stando lontano dalla pista e che è una delle maggiori leve emotive di ingaggio per il pubblico di questo sport.”
“Tutti in piedi sul divano”
È questa la frase simbolo che segna l’epoca attuale delle corse. Come l'esemplare precedente del TT 1937, anche questa disegna un mondo nuovo e contiene, in sole cinque parole, l’essenza dei motori di oggi. L’autore è Guido Meda, che non a caso è un giornalista sui generis. Intanto non è nato fra motori e benzina, come quasi tutti i suoi precedessori. Ma ha lavorato a lungo in altri sport, lo sci in particolare. Nel 2002, il motociclismo andava per la prima volta in onda sulla TV commerciale, sull’onda dell’entusiasmo nazional popolare innescata dalla parabola vincente di Valentino Rossi. Meda non ha “narrato” le corse, ma le ha fatte diventare intrattenimento per un pubblico di milioni, assai più imponente del novero innamorato dei motori. Il “divano” smette di essere unicamente oggetto di una moltitudine di spot pubblicitari, diventando l’epicentro dell’interesse e della passione, come una volta i terrapieni delle curve.
I neologismi sono diventati l’etichetta di un tempo cambiando radicalmente la rappresentazione del motociclismo. Rischio e follia, elementi imprescindibili di questo sport, sono stati quasi completamente rimossi. I piloti, che un tempo erano gladiatori disposti a finire in pezzi, oggi sono presentati come eroi dei fumetti, anzi dei videogiochi. “The Doctor” (Valentino Rossi), “Camomillo” (Dani Pedrosa) “Nuvola Rossa” (Pecco Bagnaia) sono solo alcuni esempi.
“Il Motorsport - come ricorda Silvia Barozzi, Coordinatrice didattica del
Master in Design the Digital Strategy -
ha creato anno dopo anno il suo “lessico famigliare”. Q
uesto continua a generare, verso chi ascolta queste storie ad alta velocità, un senso di appartenenza che avviene proprio grazie al linguaggio. Scegliere le parole giuste e inserirle in una narrazione efficace diminuisce la distanza tra spettatore e gara, creando di volta in volta degli emozionanti mondi narrativi in cui l’appassionato - e non solo - si può riconoscere.” Resta in sospeso una domanda affascinante: la rapida trasformazione e cambiamento del motorsport ha cambiato il linguaggio, cioè il modo di raccontarsi? Oppure è stato proprio il linguaggio a cambiare la natura dello sport che amiamo?