C’è una nebbia sottile che avvolge le storie del motociclismo di una volta. Spesso è fatta di miscela e segreti sussurrati. Lì, in quel limbo tra il coraggio e il tradimento, che vive la leggenda di Ernst Degner. La sua è una spy-story terminata nel mistero.
Ernst Degner nacque nel 1931 a Gleiwitz, oggi Gliwice, in Polonia. Trascorse la sua gioventù in Germania dell’Est, dove lo sport motoristico era sostenuto dallo Stato come vetrina tecnologica del socialismo. Entrò nell’orbita della MZ di Zschopau, una piccola azienda molto dinamica.
Degner era un pilota veloce ma non solo. Era parte integrante del reparto tecnico. Lavorava a stretto contatto con Walter Kaaden, il geniale ingegnere che stava perfezionando il concetto di scarico a espansione, la chiave per trasformare il due tempi in un’arma vincente. Degner correva, testava, suggeriva modifiche. Era il collegamento tra banco prova e pista.
Era talentuoso, brillante ed ambizioso ma viveva sotto il regime della Stasi. Percepiva dunque uno stipendio da operaio ed aveva libertà molto limitate mentre i colleghi occidentali correvano per la gloria ed il denaro.
Degner cominciò allora a guardare oltre il Muro di Berlino. Sapeva di possedere delle conoscenze tecniche preziosissime che il resto del mondo ancora non aveva.
Il momento decisivo arrivò nel 1961, durante il Gran Premio di Svezia. Sabato gareggiò e domenica sparì. Non tornò a casa nella Germania EST ma rimase in Occidente. Pochi mesi dopo, Degner firmò con la
Suzuki.
Degner non portava solo il suo talento ma i disegni tecnici e i segreti delle espansioni di Kaaden. Per la Casa giapponese fu come aprire un forziere segreto: improvvisamente, il due tempi nipponico fece un salto di qualità impressionante. Non era solo una questione di cavalli, ma di comprensione profonda dei flussi, delle risonanze, dell’anima stessa del motore.
Ernst Degner vinse il Campionato del Mondo nella classe 50cc con la
Suzuki, battendo la concorrenza europea e regalando al Giappone uno dei suoi primi titoli iridati nel Motomondiale. Fu un successo che andava ben oltre la classifica: segnava l’inizio dell’era giapponese.
Da quel momento, le Case del Sol Levante dominarono progressivamente le classi leggere e poi l’intero panorama mondiale. Il know-how dei due tempi, un tempo custodito a Zschopau dietro la Cortina di Ferro, era ormai diventato patrimonio industriale globale. Degner, nel bene e nel male, era stato il vettore di questa trasformazione.
La carriera agonistica di Degner fu però segnata anche da gravi incidenti. Continuò a collaborare come tecnico e consulente, ma non ritrovò più la centralità dei primi anni con
Suzuki. Successivamente la sua figura si fece sempre più sfuggente. Tra affari poco chiari, problemi personali e una certa inquietudine di fondo, Degner sembrava portare il peso di una vita vissuta sempre sul filo: prima politico, poi sportivo. Visse il resto della vita nel timore di ritorsioni da parte della Stasi che lo considerava un traditore della patria. Morì a Tenerife nel 1983, a soli 51 anni, in circostanze ambigue.
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