Prosciutti in palio, amicizia in pista: la 100Km di Rossi e il mistero dell’odio gratuito

Storie di Moto
lunedì, 01 dicembre 2025 alle 17:40
Premiazioni alla 100 km di Valentino Rossi
C’è un’immagine che, più di tante altre, racconta il nostro tempo: un gruppo di amici, una gara per divertirsi, risate, fango, salsicce e prosciutti in palio. La 100 km dei Campioni è un rito che profuma di legna bruciata e di “siamo sempre gli stessi di quando avevamo vent’anni”.
È la gara che Valentino Rossi organizza da dieci anni a casa sua. Non un circuito ufficiale, non una sfida da titoli mondiali. A casa. Un gioco, un passatempo fra piloti, ex piloti, fratelli di pista.
Eppure, come racconta l’attore e cabarettista Duilio Pizzocchi in un suo recente post su Facebook, basta che il nome di Rossi compaia sui social per aprire un varco: un flusso costante di parole affilate, livori improvvisi, insulti pronti a scattare come molle. Valentino non corre più in moto da anni. Non ruba titoli, non monopolizza le classifiche, non incide su nessun verdetto sportivo. Sta giocando. Eppure, nei commenti, si leggono sentenze che hanno il peso di pietre: “La cento chilometri dei falliti.” “Ormai può vincere solo quella.” “Lecchini.” “Patetico, miserabile”.
Frasi che sembrano prodotte in serie, come se per alcuni solo la bile fosse gratis. E allora la domanda che Duilio Pizzocchi pone è semplice. Cosa muove tanto odio?
Non è una questione di sport: quella partita è chiusa. Non è una rivalità diretta: non c’è più nessuno da battere. Non è neanche un privilegio ostentato: parliamo di salsicce e prosciutti, non di premi in denaro. Forse è questo che irrita: la serenità degli altri. La libertà di divertirsi senza dover dimostrare niente. La leggerezza che sopravvive allo scorrere degli anni, ai successi, ai ritiri, ai cambi di vita.
Viviamo un tempo fragile, in cui la felicità altrui è spesso percepita come una sfida personale. Dove ridere è un atto sovversivo. Dove chi si diverte sembra automaticamente colpevole davanti a chi non riesce ad arrivare a fine mese. Valentino Rossi diventa così un bersaglio perfetto: visibile, riconoscibile, noto. Una superficie ampia su cui proiettare frustrazioni che con lui non c’entrano nulla.
Forse l’odio nasce perché qualcuno, guardandolo, vede quello che gli manca: un gruppo di amici, una passione che non si è spenta, un pomeriggio di libertà, la notorietà. E allora, più che giudicare, verrebbe voglia di ripetere la domanda di Pizzocchi, con gentilezza, senza polemiche:- "Perché? Cosa vi ha fatto, davvero? E soprattutto… ne vale la pena?".
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