Un’opera d’arte viscerale e complessa, un unicum che, rigettando la sterile idea di mitizzazione, mira a trasformare la materia inerte in presenza vitale. Un intreccio di simbologia e richiami alla vita di
Luca Salvadori per custodirne la presenza senza retorica.
Questo e tanto altro è “Le Pieghe”, la scultura monumentale realizzata dall’artista di fama internazionale Nicola Samorì in ricordo del pilota e youtuber scomparso due anni fa. Un’iniziativa promossa dalla Fondazione Luca Salvadori, fondata dal padre Maurizio, e resa possibile da una donazione di quest’ultimo al Comune di Milano.
Un’opera potente, tra simbologia, movimento e precario equilibrio
In occasione della conferenza stampa pre-inaugurazione presso la Palazzina Appiani di Milano, a cui hanno partecipato – oltre all’artista – Demetrio Paparoni, critico d’arte ed editore, e Marco Mazzei, assessore allo spazio pubblico del Comune di Milano, si è posto l’accento sulla natura eccezionale e sull'audacia dell'opera. Lontana da forme stereotipate, la scultura affronta in maniera inedita per Samorì il tema del movimento. L’opera si fonda su un principio di contrasto calibrato tra la rigidità del metallo e la dinamicità del disegno. Il corpo in cima alla scultura, ispirato alla fisionomia del compianto pilota senza però esserne un calco, è parzialmente svuotato e “flesso fin quasi a spezzarsi”. La forma a “S” della scultura richiama il punto di Milano in cui Maurizio Salvadori ha voluto che l’opera fosse installata: le curve di viale Pierre e Marie Curie chiamate “le Gemelle”, dove Luca iniziò a fare le prime pieghe in moto.
All'interno della scultura sono integrati elementi iconografici e tecnici della vita di Luca. La sua tuta da gara è fusa nella materia come se fosse una seconda pelle, insieme ai corpi meccanici e ai profili della motocicletta. I
motociclisti possono riconoscere l'anatomia della piega, oltre al collegamento con le Gemelle e, in generale, con Milano.
La visione di Nicola Samorì: il paradosso del movimento
Nicola Samorì, con estrema umiltà, ha raccontato il suo approccio al progetto: «Io non vado in moto, non ho la patente per la velocità. Quando sono stato chiamato, ho dovuto chiedermi cosa potessi fare di fronte a un paradosso: come rendere monumentale, immobile e stabile qualcosa che nasce per la velocità e per il movimento continuo?». La risposta risiede nella struttura stessa dell’opera: la scultura impone allo spettatore di girarci intorno. Non esiste un unico punto di vista. Per comprendere le sue forme e i suoi dettagli occorre muoversi in cerchio, instaurando una dinamica attiva tra l'osservatore e la materia.
Una prospettiva che si apre al futuro, al moto continuo, nel ricordo di quel che Luca è stato e continua ad essere per centinaia di migliaia di motociclisti e appassionati.
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