Correre veloce con una mente forte: alla scoperta del mental coaching nel motociclismo

Storie di Moto
lunedì, 14 settembre 2026 alle 21:10
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INTERVISTA - A tu per tu con Linda Lelli, mental coach sportiva e preparatrice mentale specializzata nel motociclismo.
Vincere nello sport e, più nello specifico, nel motociclismo partendo... dalla testa. Questa, in estrema sintesi, la funzione del mental coach. "L'allenatore della mente", afferma Linda Lelli. Ex calciatrice con un breve passato nel nuoto, Linda si è affermata nell'ultimo decennio come trainer riconosciuta in mindfulness e visualizzazione. Mental coach, per dirla in termini semplici, con una particolare predisposizione per le 2 ruote. Originaria di Forlì, proprio nel cuore della Motor Valley, Linda ci ha raccontato i segreti di una figura professionale in continua espansione ("ma ancora da sdoganare", sostiene la diretta interessata) e le metodologie utilizzate per estrapolare il 100% dagli atleti. Anzi, dai piloti...

Linda, partiamo dall'inizio. Com'è nata questa passione che si è poi tramutata in lavoro?

"Da giovane mi sono avvicinata al mondo della meditazione e introspezione: ho sempre sentito la necessità di conoscermi a fondo. Nel 2002 mi sono laureata in Scienze dell'Educazione presso l'Università di Bologna. Un percorso attraverso il quale ho potuto apprendere come società, cultura, formazione ed educazione influenzano l'evoluzione dell'essere umano a livello di performance, mentalità e benessere. Ho messo insieme alcune delle mie passioni. A scuola le mie materie preferite erano filosofia, biologia e chimica...".

Com'era percepita la figura del mental coach nei primi anni Duemila?

"Questa professione non era ancora diffusa in Italia e, più in generale, in Europa. In pochi sapevano quale fosse esattamente il ruolo di un mental coach e la sua utilità. Dopo essermi laureata, per un periodo sono stata impegnata come educatrice fino a quando, nel 2017, non ho deciso di tornare un po' alle origini. Sapevo che il mental coaching poteva dare una svolta al mio approccio lavorativo. Mi sono specializzata nel coaching sportivo, sfruttando l'altra mia grande passione per lo sport e, in particolare, per il calcio. In passato sono stata una calciatrice e, col senno di poi, ho appurato quanto la mente mi abbia bloccata in determinate situazioni".

E con il motociclismo?

"Mi è sempre piaciuto. Da buona romagnola, sono cresciuta in mezzo alle moto e ai grandi nomi. Da Capirossi e Reggiani fino a Rossi, passando per Simoncelli e Dovizioso. Da piccola, papà mi portava spesso a girare: mi diceva che simulavo le curve anche quando non c'erano (ride; ndr). Un caro amico della mia famiglia era il Dott. Giorgio Gondolini, per svariati anni fido collaboratore del Dott. Claudio Costa nelle attività della Clinica Mobile tra Motomondiale e Superbike. Dai suoi aneddoti ho iniziato a scoprire come i piloti reagiscono agli incidenti e quali aiuti ricevono prima di rientrare in pista. Per questo e tanto altro trovo il motociclismo un ambiente più genuino e passionale rispetto al calcio, soprattutto quello maschile, orientato ormai verso il business".

Entriamo nel dettaglio, cosa significa allenare la mente di uno sportivo?

"Il mental coaching si basa su tecniche che mirano al miglioramento della performance, abbassando le interferenze interne ed esterne che non consentono di esprimersi al massimo delle proprie capacità. Si parte da un approccio di introspezione composto da domande aperte. Agiamo sul modo di pensare, sulla tenuta emotiva, sul controllo dello stress ed altre variabili al fine di acquisire consapevolezza e responsabilità. Un lavoro di sblocco per rinforzare la personalità dell'atleta e, contestualmente, di costruzione per far emergere il suo potenziale inespresso".

Lo stesso metodo viene applicato con i piloti?

"Esatto. Nel loro caso il focus è imparare, ad esempio, ad attivare la mente entrando nel mood giusto prima di una gara. Altresì capire come reagire nel modo più consono agli eventi, anche negativi. Diventa fondamentale pertanto sapersi dare degli obiettivi affinché la mente recepisca in quale direzione si voglia andare. Se posso, vorrei soffermarmi su un altro aspetto".

Prego

"Confrontandomi con i team manager mi sono accorta che la figura del mental coach viene tuttora poco sfruttata nel motociclismo. Pur essendo, potenzialmente, un aiuto importante. Il motivo? Il pensiero diffuso è che non serve aiuto senza manifestare grossi problemi. In realtà si tratta semplicemente di un sostegno in più. Molti, purtroppo, commettono l'errore di associare il mental coach allo psicologo. Inoltre, vediamo sempre più piloti affiancati da ex colleghi che hanno smesso di correre, i quali possono certamente fornire consigli per quanto concerne l'aspetto sportivo, ma non possono trattare i bisogni psicologici con le tecniche di un vero mental coach. Se non si conosce il funzionamento della menta umana, si rischia di fare più danni che altro. Al tempo stesso, tuttavia, riconosco che non tutti i piloti, soprattutto giovani, possono permettersi un mental coach. Per una mera questione economica: il poco budget a disposizione preferiscono investirlo nelle corse".
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Linda Lelli

Un pilota cosa chiede al mental coach?

"Tendenzialmente un atleta si rivolge al mental coach perché, malgrado l'impegno profuso, avverte un blocco che gli impedisce di raggiungere un obiettivo. Mi è capitato di lavorare con piloti che manifestavano difficoltà in gara, nel momento decisivo del weekend, non riuscendo a guidare con la stessa disinvoltura degli allenamenti. Questa discrepanza nello stato d'animo può essere dettata dalla paura di cadere, dall'ansia da prestazione o da altri fattori esterni. In tal caso è importante che il pilota resti focalizzato su sé stesso con esercizi di respirazione, introspezione e visualizzazione. Il tutto in modo da prefissarsi un obiettivo di performance, ancor prima che di risultato. Ad esempio: come si sente sulla moto, come parzializza il gas in uscita di curva, come gestisce l'elettronica, eccetera. Sai, la prestazione si può controllare, mentre il risultato non dipende soltanto dal singolo, ma anche dal rendimento degli avversari. Non meno importante è mantenere l'attenzione sul presente. I piloti possono commettere errori di leggerezza dettati, talvolta, da bruschi cali di concentrazione. Tipo ritrovarsi in testa ad una gara a pochi giri dalla bandiera a scacchi e credere di aver già vinto...".

Come funziona il tuo approccio?

"Sono solita organizzare incontri ogni 2 settimane, per lo più online, inframezzati da feedback continui sull'andamento del percorso. Con i piloti pratico sessioni sia pre che post weekend di gara così da poter lavorare prima sull'approccio e, in secondo luogo, fare un bilancio complessivo. In base alle peculiarità dell'atleta, nel corso della stagione valuto sessioni di consolidamento da integrare a quelle tradizionali".

Ti piace lavorare con i piloti, perché?

"Essendo appassionata di moto, mi viene quasi spontaneo parlare il loro linguaggio ed entrarci in sintonia. Sono affamati, determinati e particolarmente recettivi come, forse, nessun altro tipo di atleta. Sono talmente rapidi ad immagazzinare le informazioni da far registrare progressi già dopo le prime sessioni".

Qualche esempio pratico?

"Attualmente seguo 3 giovani talenti in 3 differenti campionati. Uno di questi è Leonardo Martinazzi (portacolori AC Racing nella Moto4 European Cup del MotoJunior; ndr): mostra una maturità poco comune per un sedicenne. Un ragazzo davvero promettente, quest'anno ha fatto un salto di qualità significativo. Di recente ho iniziato a lavorare con Loris Pedrotti (con Gradara Corse al via del CIV Sportbike; ndr). Nonostante ci siamo conosciuti da poco, abbiamo dettato una linea che ha dato subito i frutti sperati: nell'ultimo round di Misano ha vissuto il suo miglior weekend stagionale con il settimo crono in qualifica e il primo podio personale nella categoria (terzo a seguito della squalifica di Mattia Martella in Gara 2; ndr). Accanto a loro c'è Davide Cipolletta (attualmente impegnato con FBF Racing nell'Alpe Adria; ndr), con il quale collaboro ormai da 2 anni. La sua carriera da pilota è cominciata un po' tardi: è passato in un sol colpo delle pit-bike alle ruote alte, ma è un gran lavoratore. Meticoloso con tanta voglia di imparare, in futuro gli piacerebbe correre nel CIV. Tutti insieme ci stiamo togliendo sin qui belle soddisfazioni".

Dopo quanto tempo si possono vedere gli effetti del percorso intrapreso?

"Invito i miei assistiti ad aspettare almeno 6 mesi per il consolidamento di una nuova mindset. Un'operazione possibile, oltre che per le sessioni online, grazie al lavoro quotidiano. Simile per certi versi ad un piano alimentare oppure ad una scheda di allenamento per la palestra".

Quanto può valere il lavoro di un mental coach nel raggiungimento dell'obiettivo?

"Mente, corpo e tecnica compongono un atleta al 33% ciascuno. L'allenatore di ognuna di queste sfere incide, mental coach compreso, ma l'atleta ci deve mettere tanto del suo. Senza dedizione e costanza non si arriva da nessuna parte. Quando un pilota raggiunge un obiettivo prestabilito, sono orgogliosa: significa che abbiamo lavorato al meglio, anche se il merito alla fine è sempre dell'atleta".
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