Da quando ho memoria, la domenica a casa mia significa solo una cosa: giorno di gara. Il pranzo era rigorosamente in compagnia dei parenti, che arrivavano presto per mangiare il prima possibile e potersi poi godere la gara col dolce in mano.
Guardavo il gran premio insieme a zii e cugini, e vedevo in loro l'agitazione, l'entusiasmo e la passione con cui vivevano quell'appuntamento anche solo attraverso lo schermo. Percepivo quell'atmosfera vibrante e mi chiedevo il perché; poi ho iniziato a prestare attenzione, e ne sono rimasta folgorata.
Da lì in poi, la domenica è diventata per me un'esperienza quasi religiosa: la gara di MotoGP era l'unica cosa che contasse, accompagnata soltanto dalla passeggiata in campagna che seguiva puntualmente la bandiera a scacchi. Ho iniziato a tifare, ad appassionarmi ed emozionarmi in silenzio, senza fare domande, per non interrompere il vociare che accompagnava ogni gara.
Quando tutto si fermò
Un giorno, però, tutto si è fermato. Era il 23 ottobre 2011: come ogni domenica ero davanti alla tv a tifare per il SIC, il mio pilota preferito. Si correva il GP della Malesia. Non dimenticherò mai quelle immagini, né le emozioni provate in quel momento. Ricordo ancora che a scuola non si parlava d'altro, e io piangevo ogni volta che ci ripensavo.
Smisi di seguire le corse per qualche anno, allontanandomi da quel mondo. Poi arrivò Marc Márquez, il "giovane fenomeno di Cervera" che avrebbe potuto dare filo da torcere a Valentino Rossi. È così che ho ripreso a guardare le gare: la passione non se n'era mai andata davvero, avevo solo bisogno di qualcuno che la riaccendesse.
Da quel momento ho sognato di vivere un gran premio da vicino, di avere il privilegio di entrare nel paddock e respirare quell'aria che da piccola trovavo elettrizzante — e che trovo tale ancora oggi. Poter coronare questo sogno proprio nel circuito che porta il nome del mio primo idolo è qualcosa che non dimenticherò mai: è anche grazie a lui se oggi sono qui.
Quel sogno, in questo weekend, ha finalmente preso forma.
Il paddock
Il paddock è un mondo immenso: bello ed emozionante quanto chiuso e faticoso. Come in ogni cosa, ci sono due facce della stessa medaglia, soprattutto quando ti ritrovi spesso tra le poche giovani ragazze presenti in un ambiente del genere.
Ho apprezzato ogni singolo secondo trascorso nel paddock di MotoGP, ma posso dire con certezza che non è un luogo facile: si parla poco, le cerchie sono già formate e restano piuttosto chiuse. Fortunatamente non è così per tutti, ed è bellissimo confrontarsi con persone con cui si condivide solo questa passione: fotografi, marshall, volontari, altri giornalisti. Chiunque mi abbia dato la possibilità di parlarci si è rivelato competente e gentile, sempre disponibile e con voglia di fare bene — ed è probabilmente questo che ci ha avvicinati.
Ho vagato per il paddock senza una meta precisa per diverse ore, in quel weekend, cercando qualcosa in mezzo a quello che per me era puro caos: nei volti di tutti ho trovato pura normalità. Per chi ci lavora, del resto, è normale correre da una parte all'altra, spostarsi in scooter per non farsi notare troppo, seguire i propri beniamini nella speranza di una conversazione. Ed è proprio questo che sono riuscita a cogliere: la normalità di chi vive quel mondo ogni giorno, di fronte a ciò che io osservavo con occhi lucidi e stupiti.
Grazie a quest'esperienza ho conosciuto Raquel, giornalista che segue da anni le gare europee dal paddock. Una persona con molta esperienza, professionale e simpatica, che mi ha accolta nel migliore dei modi. In un ambiente dove è facile sentirsi sole — soprattutto il primo giorno, senza sapere dove guardare né a chi rivolgersi — lei mi ha semplicemente dato una mano: mi ha indicato dove stare, mi ha fatto capire i tempi non scritti del paddock, mi ha fatto sentire meno un'intrusa e più una collega. Ci siamo divertite insieme, abbiamo lavorato — e corso — fianco a fianco, aiutandoci a vicenda. In un ambiente che racchiude culture così diverse non è semplice trovare qualcuno con cui ci si senta affini, per questo mi ritengo fortunata ad averla incontrata.
Avere qualcuno con cui condividere le emozioni dopo aver realizzato il proprio sogno è bellissimo: ascoltare i piloti parlare subito dopo la gara è stato qualcosa di straordinario, perché non avrei mai immaginato di potermi trovare accanto a loro in quei momenti. Il post gara, vederli in conferenza appena scesi dalla moto, poter fare domande, cogliere le reazioni senza filtri, intravedere quel che succede "dietro le quinte" — tutto questo mi ha lasciata senza parole.
La cosa che più mi ha colpita è stata la loro semplicità. Li ho visti rispondere con pazienza
alla stessa domanda fatta da tre giornalisti diversi, fermarsi un secondo in più per un saluto, sorridere anche con il casco ancora in mano e la tuta sudata addosso: gesti piccoli, ma che raccontano più di mille dichiarazioni quanto, in mezzo a quel caos assoluto, restino persone disponibili e pazienti. Sono uomini che hanno fatto della propria più grande passione un lavoro, e che danno il meglio di sé. Una gentilezza che ho notato in loro più che in molte altre persone del paddock, e che mi ha sorpresa, soprattutto pensando a quanto mettono in gioco ogni weekend e alla pressione che portano sulle spalle. Sono davvero orgogliosa di averli incontrati, e felice di vedere quanti bambini li scelgano come idoli.
La domenica del GP
Quando arriva la domenica, il cambiamento si percepisce nell'aria: sono tutti più concentrati, focalizzati, pensierosi. Non mancano mai un saluto o un sorriso, eppure il clima pre-gara si sente ovunque, come se l'aria stessa tremasse ancora prima che i motori si accendano.
I preparativi in griglia sono un rito bellissimo da vivere da vicino: il momento che preferisco è quando tutti si allontanano e i piloti restano soli, abbassano la visiera e si preparano. Sentire i motori ruggire alla partenza è una sensazione indescrivibile, pura adrenalina che attraversa chiunque sia appassionato di questo sport. E poi le reazioni a caldo del pubblico: chi esulta e corre verso la pista per festeggiare, chi impreca, chi piange — un modo per capire quanto, per loro, questo sport significhi davvero tutto. Una nota dolente, però: guardare la gara dalla sala stampa, e non da una curva in tribuna, non è esattamente ciò che preferisco. Ero già stata a Misano come spettatrice, ed è tutta un'altra esperienza.
Eppure, poter stare così vicina ai protagonisti ripaga ogni cosa. Vederli confrontarsi tra loro sulla gara appena conclusa, analizzare ogni secondo del GP rivedendo gli highlights sullo schermo: è un privilegio che vale tutto il resto.
A fine giornata, quando il paddock si svuota e restano solo i meccanici a smontare i box, mi fermo un attimo a guardarmi indietro. Ripenso a quella bambina davanti alla tv, con gli occhi incollati allo schermo e il cuore in gola a ogni sorpasso, e mi rendo conto che oggi ci sono passata in mezzo davvero — non più da uno schermo, ma da dentro. E capisco che non voglio più andarmene.
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