Mondiale Superbike primi anni Novanta. Il paddock era popolato soprattutto dai team europei, dei quali tanti italiani. Faceva uno strano effetto vederne uno americano. Il Team Muzzy
Kawasaki fu una presenza insolita che cambiò gli equilibri.
Portò nel paddock un’idea diversa di competizione, fondata su rigore tecnico, intuizione e coraggio. Rob Muzzy non era solo un costruttore, non era soltanto un team manager: era un interprete profondo della meccanica applicata alle corse, uno di quelli capaci di leggere i motori come fossero organismi vivi, anticiparne i limiti e spingerli oltre senza tradirne l’anima.
La sua storia cominciò molto prima dei riflettori internazionali, negli anni Cinquanta, tra la polvere e l’asfalto della California del Sud. Drag racing e dirt track le prime scuole: discipline crude, dirette, dove si impara che la velocità è rispetto e che la meccanica non ammette approssimazioni. Quando la carriera da pilota lasciò spazio a una vocazione più profonda, Muzzy capì che il suo posto era dietro le quinte, lì dove nascono le vittorie.
Negli anni Settanta entrò in
Kawasaki come meccanico e, in breve tempo, diventò uno degli uomini chiave del reparto corse. Fu lui a costruire e mettere a punto le moto che portarono Eddie Lawson e
Wayne Rainey a dominare l’AMA Superbike tra il 1981 e il 1983. Tre titoli consecutivi che raccontavano la sintesi perfetta tra disciplina giapponese e ingegno americano.
Quando nel 1984
Kawasaki chiuse il proprio programma ufficiale, Muzzy non rallentò. Honda lo chiamò come crew chief e, ancora una volta, la sua impronta fu immediata: arrivarono il titolo AMA Grand National, la vittoria alla Daytona 200, un campionato Motocross e il titolo Superbike del 1987. Cambiavano i regolamenti, cambiavano le moto, ma il risultato restava lo stesso.
Nel 1988, in Oregon, Rob Muzzy aprì la sua officina. Nacque Muzzy’s Performance Products. Era un laboratorio più che un’azienda, un luogo dove motori ed impianti di scarico venivano pensati come strumenti di precisione assoluta. Due anni dopo prese forma anche il team ufficiale, con il supporto
Kawasaki. Nel 1990 Doug Chandler e Scott Russell chiusero primo e secondo nel campionato AMA Superbike: un segnale forte, impossibile da ignorare.
È da lì che arrivò la chiamata per il Mondiale Superbike. Nel 1993 il Team Muzzy
Kawasaki raggiunse il punto più alto: Scott Russell e Aaron Slight vinsero la leggendaria Suzuka 8 Ore, gara simbolo della resistenza e dell’eccellenza tecnica. Pochi mesi dopo, Russell conquistò il titolo mondiale Superbike, portando un team americano sul tetto del mondo. Nello stesso anno, negli Stati Uniti, Miguel Duhamel vinse il campionato AMA Supersport, completando una stagione irripetibile.
Il ritorno negli USA non fu una rinuncia, ma una scelta strategica. Muzzy si concentrò sull’AMA Superbike e continuò a vincere: due Daytona 200 consecutive nel 1994 e 1995 con Scott Russell, poi il ritorno di Doug Chandler, che conquistò due titoli AMA nel 1996 e nel 1997. Ancora una volta, la costanza diventò il marchio di fabbrica.
All’inizio degli anni Duemila arrivò un’ulteriore trasformazione. Muzzy spostò il proprio baricentro sul drag racing motociclistico, portando lo stesso approccio metodico e visionario anche in una disciplina estrema. Con Rickey Gadson e Ryan Schnitz arrivano nuovi titoli AMA e NHRA, a conferma di una versatilità senza precedenti.
Il bilancio di una carriera racconta numeri che fanno impressione: 21 titoli nazionali AMA in discipline diverse, un Campionato del Mondo Superbike, una vittoria alla Suzuka 8 Ore, quattro Daytona 200. Ma più dei trofei, parlano i nomi dei piloti che hanno condiviso il suo percorso: Eddie Lawson, Wayne Rainey, Scott Russell, Doug Chandler, Miguel Duhamel, Rickey Gadson. Campioni diversi, uniti da un filo comune fatto di fiducia assoluta.
Nel 2014, l’ingresso nella AMA Motorcycle Hall of Fame sancì ufficialmente ciò che il paddock sapeva da tempo. Rob Muzzy non costruiva solo moto vincenti ma un modo di intendere le corse, dove la tecnica è cultura e la velocità una forma di pensiero.
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