Nella Superbike di oggi vince sempre il solito,
Nicolò Bulega. Ma invece di esaltare questo super pilota in odore di sbarcare in MotoGP, gliene fanno una colpa. "
Vince contro nessuno, vince facile con questa Ducati: annoia vedere sempre l'undici davanti". Oggi sparare una sentenza a mezzo social è questione di un attimo. Ma Bulega è il carnefice o è la vittima di un sistema Superbike che non funziona?
Io propendo per la seconda, e per spigarvi il concetto vi riporto indietro alla stagione Mondiale 2003, che in questi giorni è accostata all'attuale. Anche quell'anno la Ducati vinse tutte le gare (12 round, 24 manche) come può ampiamente risuccedere. Ma il parallelo si ferma qua. Allora le cose andavano assai diversamente e vi spiegherò perchè. Con una premessa fondamentale di impostazione "storiografica". Appassionati e commentatori di oggi si riferiscono alla Superbike del passato basandosi sulle tracce digitali che ha lasciato, quasi esclusivamente da ricondurre agli elenchi, alle classifiche e alle statistiche. Ma c'è tutta una storia sepolta negli archivi cartacei: conoscerla cambia completamente i parametri di giudizio.
Com'era nel 2003?
A fine 2002, l'annata del formidabile duello fra Colin Edwards e Troy Bayliss fin sul traguardo di Imola, le marche giapponesi si erano defilate, ad eccezione della Suzuki che resisteva perchè la costola Mondiale era il team Alstare di Francesco Batta, un personaggio di rilievo fondamentale nel successo della Superbike dell'epoca d'oro. Quindi la Ducati correva contro (quasi) nessuno: fra i 24 iscritti permanenti, 15 guidavano Ducati, unica marca (oltre a Suzuki) a schierare il team ufficiale con Neil Hogdson e Ruben Xaus. Ma il quadro generale era tutt'altro che dimesso. Intanto la Superbike aveva una dimensione da vero Mondiale: in quella stagione (12 round come adesso) toccava Australia, Stati Uniti e Giappone. In Europa c'erano Monza, Imola, Misano, Brands Hatch e Silverstone, templi dell corse. Adesso andiamo a Balaton Park, Most e Cremona: con tutto il rispetto non proprio cattedrali della passione.
L'impatto delle wild card
Gli iscritti permanenti 2003 erano solo due più di adesso, ma quel Mondiale ospitò ben 36 wild card. Non piloti qualsiasi, ma nomi altisonanti come Mladin, Kagayama, Bostrom, oltre a tutte le stelline del British Superbike che impreziosivano il cast nei due round britannici. I due ufficiali Ducati fecero sfracelli: Hodgson ne vinse 14, Xaus 6. Però se la sudavano, quasi ogni volta. Bulega fa il vuoto, e ad ogni vittoria ti domandi abbia spinto davvero, o se tenga qualcosa nel taschino.
Dirette Rai e pubblico super
In quella stagione i diritti TV li aveva la RAI e Monza fece 72 mila spettatori accorsi per vedere il monomarca Ducati. Allora la gente, in certi autodromi, andava a prescindere, perchè la Superbike era diventata un fatto di costume, condivisione di passione, un lifestyle. Che ci fossero Bayliss oppure Hodgson, era quasi secondario. Allora, nonostante la griglia fosse più povera degli anni d'oro, la Superbike era sempre un Mondiale mainstream, la seguiva anche gente comune, non solo appassionati. La Gazzetta dello Sport dedicava paginoni, non le odierne due righe, quando va bene. Guardate qui sotto: ecco come la Gazzetta dello Sport presentò il Mondiale 2013. Leggete i titoli e come venivano presentati i piloti di allora: come eroi, con un carattere preciso, personaggi da film. Oggi la Superbike non arriva al grande pubblico e non piace più neanche allo zoccolo duro, che magari continua a seguire ma non si riconosce più.
Qual era il segreto?
Semplicemente: il modo diretto ed entusiasta di raccontarsi. Lèggete cosa scrissi su Motosprint nell'articolo di apertura sul round di Monza: "...Doveva essere la stagione delle grandi assenze - Honda, Aprilia, Kawasaki - e del rimpianto per la partenza dei vecchi eroi Troy, Colin e Noriyuki. La Superbike avrebbe dovuto piangere lacrime e sangue, ma andate a raccontarlo alla gente di Monza: loro c'erano fin dal primo mattino, armati di bandiere, striscioni e una passione immensa. Hanno pagato un ingresso non proprio a buon mercato (40 €, mica pochi in questi tempi di crisi) convinti che la Superbike non li avrebbe traditi così è stato." A quei tempi, in ogni caso, il Mondiale alternativo forniva sempre qualche spunto per celebrarsi, per porsi all'attenzione. Si sapeva raccontare magnificamente; trasmetteva entusiasmo, passione, calore. A prescindere.
E adesso?
Oggi niente: fra promoter, team e piloti pare che facciano a gara a rendersi più invisibili e meno accattivanti. Quella Superbike, nel 2003, sapeva vendere quello che aveva, non piangere quello che non c'era. C'era apertura, visione, accoglienza, voglia di conquistare e entusiasmare. Adesso è sparito tutto, i team si preoccupano della dimensione dell'ospitality e di fare qualche post sui social, senza chiedersi se non sarebbe meglio aprire le porte, invitare media importanti con giornalisti veri. Mostrarsi, semplicemente. Nella Superbike di oggi ci sono signor nessuno che sono più difficili da incontrare di
Marc Marquez, che a differenza è molto furbo e si sa vendere.
Sono finiti pure i soldi, e non è solo la crisi o le ipersportive che non si vendono più. A settembre 2003 Neil Hodgson finì sulle pagine patinate di SportWeek, il prestigioso magazine della Gazzetta. Per l'intervista e il servizio fotografico partimmo dall'Italia io e Matteo Cavadini, già allora il numero uno dei fotografi, andandolo a trovare a casa sua all'Isola di Man, ovviamente il giugno precedente, in pieno TT. L'operazione costò una fortuna, ma allora Ducati aveva uno sponsor alla moda e presentarsi con glamour su determinati media era l'investimento principale. Hodgson si mostrò come un divo, fra i fornelli della villa vista mare, con la moglie accanto e sulla Ducati fra le strade del TT.
Oggi l'unico vero campione, invece di essere celebrato, viene additato come il "problema". Nel 2003 Nicolò Bulega avrebbe fatto il giro delle copertine che contano.
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