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Nella
Superbike di oggi ci sono il fuoriclasse vincitutto, la solita Ducati a caccia di gloria e il funambolo in rampa di lancio. Ciliegina sulla torta, il ragazzo italiano che ha appena dominato la gara di casa e promette di diventare, in pianta stabile, testimonial nazionale del mondiale. Misano, terzo atto di questa stagione che ancora non sappiamo quante tappe avrà, ha rimescolato le carte: Jonathan Rea non sembra più inattaccabile,
Toprak Razgatlioglu e la Yamaha sono una concreta minaccia e anche la Ducati cresce, soprattutto con la faccia furba di Michael Rinaldi. Cinque protagonisti (e tre Marche differenti) racchiusi in 67 punti. Pochissimi, considerando che ogni round ne mette in palio 62. Raramente, in 33 anni di Superbike, ricordo stagioni così equilibrate. Dopo sei titoli iridati e 103 vittorie Jonathan Rea ha impresso nella testa della gente il concetto "
vince sempre lui", ma ha già capito che questa settima corona se la dovrà sudare, eccome.
Un bello show
Misano, è stata una bella festa di sport. L'aggressività di Rinaldi e Toprak, giovani e affamati, ha messo nei pasticci Jonathan Rea, che qui ne aveva già vinte otto, ma stavolta è stato costretto al gradino meno nobile del podio. A dispetto dei quattro trionfi in nove gare e della consistenza di piazzamento (mai peggio di terzo) il Cannibale li ha ancora tutti alle calcagna. Il più temibile, anche in prospettiva sembra proprio il turco, che per anni è stato suo pupillo. Rea comincia a chiedersi se sarebbe stato meglio farlo arrivare in Kawasaki: Toprak avrebbe avuto la stessa dotazione tecnica, ma in qualche modo lo avrebbe tenuto sotto controllo. Adesso che è il pilota di punta Yamaha, una delle squadre più solide del paddock, Razgatlioglu è una minaccia ancora più concreta. Ma anche la Ducati spinge. Scott Redding a Misano non è stato lui, ha preso paga dagli avversari diretti: Rea, Toprak e soprattutto dal compagno Rinaldi. Ma è scontato che a Donington, dove nel 2008 vinse il primo GP in 125 alla tenera età di quindici anni, "Scottone" tornerà a sfoderare gli artigli. "Rinaldi va forte solo a Misano" scrivono i competenti da social. Non andrà così: Michael è il pilota più capace di sfruttare il potenziale della gomma morbidissima SCX. Se avrà la fortuna di trovare asfalto molto caldi, può allungare la striscia di vittorie.
Ma allora cosa manca?
Per contenuti tecnici, spettacolarità e organizzazione la
Superbike 2021 non ha proprio niente da invidiare a quella dell'epoca d'oro. Quello che manca è il
"racconto", cioè il pathos che eleva qualunque sport da argomento tecnico ad agonistico alla dimensione di "
una storia". Non è vero assolutamente che oggi manchino
"personaggi". Fogarty, Corser e Bayliss sono diventati leggenda perchè la Superbike della loro epoca (promoter, media, tv) li ha proposti al pubblico in una certa maniera. Enfatizzando non solo trionfi e imprese in pista, ma anche il carattere e l'anima. Rea ha vinto il doppio di Foggy (per non parlare degli altri) ed è un campione superlativo. La sua biografia è stata pubblicata da HarperCollins, uno dei giganti dell'editoria mondiale, ed è stato un bestseller nel Regno Unito e
anche in Italia: da mesi è uno dei libri di sport e di moto più venduti su Amazon. La BBC per anni lo ha inserito fra gli sportivi più famosi, qualche volta anche più di Lewis Hamilton, re della F1. Com'è possibile che la percezione di chi la Superbike la vive più da vicino, cioè gli appassionati duri e puri, sia che "Rea non è un personaggio"?
I piloti oggi sono lontani dal pubblico
Il peccato originale della
Superbike di oggi è avere lo stesso gestore della MotoGP. Per 25 anni la serie alternativa ha prosperato proponendosi come "
alternativa". Ricordate qual era il ritornello?
"La 500 non è divertente, ci corrono le fighette, invece Superbike è per piloti veri che si scontrano in pista e poi risolvono le questioni con la birra in mano". Ovviamente era una "
costruzione", non la realtà. Però funzionava, alla grandissima. E' ovvio che Dorna non può usare lo stesso linguaggio. Gli spagnoli, per necessità sinergica, dal 2013 hanno trasformato la Superbike in una piccola MotoGP. Organizzazione, paddock, copertura tv sono assai meglio di sempre. Però procedure che in top class funzionano, di qua stridono. Volete un esempio? La gestione dei piloti. Prima in Superbike quasi nessun team, neanche i super ufficiali, aveva l'addetto stampa. I piloti erano liberissimi e parlavano di tutto con tutti. Con Fogarty, Corser e Bayliss i media dell'epoca d'oro ci passavano giornate intere..Si creavano relazioni, ci si conosceva: era più facile tirare fuori l'anima di ragazzi che frequentavi anche fuori dai box e dal paddock.
Modelli che non funzionano
Adesso i piloti sono blindati: parlano cinque minuti dopo la corsa, ovviamente solo di cose tecniche, e poi non li vedi di più, o quasi. Come in MotoGP e F1, devono rispondere per contratto di ogni virgola che proferiscono coi media. Chiaro che non si sbottona più nessuno. Prima i piloti, raccontati da dentro, arrivavano diretti al pubblico. Adesso, con la comunicazione "orizzontale", i piloti hanno i loro canali social e hanno l'impressione (sbagliata) di arrivare direttamente alle gente. Invece non succede. Semplice: Rinaldi e Redding non scriveranno mai sui loro account quello che raccontavano Fogarty e Bayliss di sera, al pub, con la birra in mano.
Jonathan Rea "In Testa, la mia autobiografia” Bestseller su
Amazon LibriFoto: WorldSBK.com
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