Bilancio sempre più tragico nelle corse su strada: quattro morti in sette giorni. Dopo la mattanza alla Southern 100 con tre vittime tra prove e gare, ieri è toccato a
Bruce Moulds, 25enne britannico che si è ucciso sul piccolo tracciato di
Valderstown, in Irlanda, durante la gara della 125. Si stava disputando una tappa della Irish Road Races, il campionato degli specialisti di questo genere di competizione. C'era anche un italiano,
Davide Ansaldi, finito undicesimo e settimo nella categoria 400 cc.
Alla tragica lista c'è da aggiungere anche il giapponese Yoshinari Matsushita morto durante le prove del più prestigioso Tourist Trophy all'Isola di Man, a fine maggio.[caption id="" align="alignleft" width="299"]
I piloti che vi prendono parte sanno bene che correre a 320 km/h tra case, marciapiedi, rocce e pali della luce non è la stessa cosa che sfilare sul rettilineo del Mugello. Perfino gli spettatori sono consapevoli della possibilità di non poterla raccontare: nella gara clou del TT una moto è finita tra la folla nella discesa di Bray Hill ferendo in modo non grave undici persone. Poteva essere una strage.
A me le corse su strada piacciono. Non trovo affatto scandaloso che ci sia qualcuno determinato a giocarsi anche la vita per fare la cosa che ama. Non trovo scandaloso neanche che a tante persone le gare tra le case piacciano così tanto, perfino in Italia dove sulle strade normali non si corre più (ad alto livello) dagli anni '70. Non ho mai capito perchè quelli che muoiono in guerra siano dipinti da eroi, mentre chi s'ammazza al TT passi per pazzo. Per me è esattamente il contrario. Questione di punti di vista.
Il motociclismo è amore del rischio, a tutti i livelli. E anche nell'algida MotoGP vince chi osa di più: ieri in Germania il ventenne Marc Marquez faceva spavento alla curva 11, la tremenda picchiata in discesa che in prova ne aveva falciati parecchi. Nella via di fuga, per fortuna, non c'è una casa. Ma se ci fosse ci sarebbe comunque qualcuno disposto a buttarsi dentro a vita persa. Forse perfino lo stesso Marc.
Ma quattro morti in sette giorni è un bilancio decisamente insopportabile anche chi ritiene che le corse su strada siano il motociclismo più vero, e tutto il resto solo uno sbiadito surrogato. E' evidente che c'è qualcosa che non funziona. Circuiti, procedure, organizzazione, misure di prevenzione: possibile che non si possa fare proprio niente per ridimensionare il pericolo?
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I tracciati stradali, quasi tutti velocissimi, sono diventati sempre più anacronistici con l'evolversi della tecnica. Al giorno d'oggi basta una Supersport (media cilindrata) di serie per sfiorare 280 km/h e le Superbike, anche in versione concessionario, superano di slancio i 300.
Decisamente troppi per stradine come quelle del Billown Circuit, nella parte meridionale dell'Isola di Man, sei chilometri tra muri di roccia (vedi la foto a fianco) In Italia la Federazione Motociclistica ha rilanciato la velocità in salita imponendo severe limitazioni. La lunghezza dei percorsi è stata ridotta e i rettilinei sono spezzati da varianti artificiali. La media, per regolamento, non può superare i 100 km/h.
Nel punto più veloce dell'intero calendario lo specialista Stefano Bonetti non supera i 165 km/h di punta massima. Eppure le gare sono ancora belle ed emozionanti. Il rischio c'è sempre, ma più calcolato.
Le vere road races sono sempre più una roulette con il destino: a metà agosto all'
Ulster GP, sullo storico percorso di Dundrod, voleranno a 220 km/h. Di media. Nella gara più veloce di tutto il Mondo.
Anche lanciarsi col paracadute è esaltante proprio perchè pericoloso. Ma se scegli di atterrare in una palude piena di alligatori, per vedere l'effetto che fa, non sei un coraggioso. Solo stupido.