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ESCLUSIVA Marco Melandri: “Non c’è più gente che ride nel paddock”

Marco Melandri in una breve chiacchierata: il perché del ritiro, la svolta elettrica, i giovanissimi e gli ultimi incidenti fatali. La nostra intervista.

27 settembre 2021 - 19:00

Tra i grandi del motorsport italiano rientra di diritto anche Marco Melandri. Titolo 250cc nel 2002, ben 22 vittorie nel Mondiale Superbike, amato da tifosi di tutte le età, come hanno dimostrato gli applausi alla sua entrata in scena all’evento “Go Smart Go Green” a Treviso. Il pilota di Ravenna, ritiratosi definitivamente dalle corse a metà 2020, si è scoperto amante delle bici elettriche, con cui ha disputato anche qualche competizione. Nel corso dell’evento in Veneto abbiamo avuto modo di fare una breve chiacchierata con Melandri, parlando del perché del suo addio alle moto, dello ‘spirito’ dei piccoli talenti, dell’incidente fatale avvenuto sabato scorso a Jerez in Supersport 300.

Come ti sei avvicinato alle bici elettriche? 

È stata una passione nata quando ho chiuso con i motori. Nel 2018 mi sono trasferito in Trentino e, guardando le montagne, mi sono detto che mi serviva una bici elettrica. È stato un amore a prima vista! Anche se certo all’inizio ero un po’ spaesato perché era qualcosa che non mi aspettavo. Poi nel 2019 ho disputato un evento per il Trentino in Val di Sole, una gara-esibizione di bici elettriche di cross country, e mi sono divertito un sacco. Ho visto poi che andavo meglio in discesa che in salita e ho iniziato a cercare su internet le gare di enduro, con trasferimenti con calma in salita e le gare in discesa. È iniziata per caso, è diventata una malattia! Ho disputato recentemente anche qualche gara mondiale di enduro, ma categoria amatori, ‘pellegrini’ diciamo. Stessa gara dei pro ma con meno stress, ho anche vinto. Certo c’è da dare del lei anche alla bici, ma la affronto con un altro spirito. 

Quant’è stato difficile lasciare i motori? 

È stato abbastanza naturale, ero arrivato ad un certo punto che non mi divertivo più. C’erano stati davvero tanti cambiamenti: l’ambiente, le moto, il modo di correre… Ogni volta che scendevo in pista sentivo che non ero al mio posto, nonostante fossi lì da tanti anni mi sentivo fuori luogo. Non per un motivo in particolare, un insieme di cose. Non c’è più gente che ride nel paddock, io non ho più visto persone che ridevano. Adesso sembra non ci sia più spazio per i rapporti umani ed era qualcosa che non mi piaceva. 

C’è grande attenzione nella formazione dei ragazzini. Forse però sono troppo precoci?

Anche ai miei tempi erano precoci, ma c’era più divertimento. Adesso ci sono le Academy, con i bambini che fin da piccoli sono professionisti. Li porti ad allenarsi X volte alla settimana, a tot ora bisogna arrivare, a quell’ora bisogna andare via… Devi farlo come gioco invece, se uno poi dimostra di avere talento verso i 12-13 allora svolti ed inizi a lavorare seriamente. Ma farli partire subito con l’idea che diventino professionisti, famosi e ricchi, vuol dire togliere loro la gioia di godersi la moto. 

Sabato un altro incidente fatale, il terzo quest’anno con protagonista un giovanissimo pilota. Qualcosa non funziona o è pura casualità? 

Sicuramente c’è stata sfortuna, si tratta di incidenti con un pilota rimasto in mezzo alla pista e non puoi fare niente. È certo la situazione più sfortunata che possa capitare. Il problema però secondo me sono tutti questi campionati con le moto che vanno piano e per forza di cose stanno tutti molto vicini. L’effetto scia diventa così il più importante, fondamentale, e nessuno fa la differenza. Quando hai tanti piloti vicini, la legge dei grandi numeri ti dice che può succedere qualcosa. Anche perché con queste moto tecnicamente non impari nulla, né strategia né altro.

Non vorrei dire “banzai”, ma è solo chi si lancia di più alla disperata. Da quelle classi lì ne vedi uscire pochi che diventano poi campioni, soprattutto dalla 300. In Moto3 ci sono invece moto già più tecniche, più impegnative, e lì è stata solo sfortuna. Certo i giovani magari hanno meno paura e si buttano di più. Oltre alla conformazione dei circuiti: tutto il cemento, l’asfalto fuori dalla pista non ti dà più la paura di rischiare e lo fai. Se tu invece hai l’erba fuori dalla pista stai molto più attento. 

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Foto: Go Smart Go Green

1 commento

walterguzzi
19:30, 27 settembre 2021

non c’è più gente che ride, certo non ci manca la tua simpatia

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