Da nicchia delle nicchie legata per lo più alla passione, a business planetario e anche un po’ senza cuore. Il mondo è cambiato, il vecchio paternalismo anglo-americano non esiste più e allora per continuare a correre occorre entrare in una nuova dimensione.
I primi a capirlo sono stati i dirigenti torinesi di Anfia, associazione che rappresenta le 5.451 imprese del comparto automotive, di queste 53 appartenenti al
motorsport.
Un business da 160 miliardi
A Milano, nella prestigiosa sede di Assolombarda si sono riunite le aziende più importanti di componenti quali: batterie, software, pneumatici, cuscinetti a sfera, ammortizzatori, freni, trasmissioni, apparecchiature mediche per la pista, ruote, tute ignifughe e tanto altro per partecipare alla presentazione di una ricerca che Anfia ha commissionato allo Studio Ambrosetti sui i numeri, i confini e i limiti di questo business, anche in Italia e discutere del futuro.
Lo scenario globale delle competizioni vale 160 Mld di euro di produzione lorda annua dell’ecosistema globale, mentre sono1,5 milioni i posti di lavoro retribuiti garantiti a livello mondiale.
La realtà italiana
Anfia ha chiesto ad Ambrosetti uno studio dedicato alla realtà nazionale perché l’industria del Motorsport rappresenta in Italia un ecosistema economico, ingegneristico e tecnologico ad altissimo valore aggiunto che però nessuno ha mai esplorato, considerandolo un affare per appassionati e poco più. Per questo manca attualmente una mappatura organica e quantitativa specifica del comparto racing delle 2 e 4 ruote. La filiera del motorsport italiano, secondo le stime, ha un fatturato annuale di circa 2 miliardi di euro e conta tra i 7.000 e gli 8.000 addetti. La filiera è costituita in prevalenza da imprese medio-piccole, di origine familiare. Lo studio è di fondamentale importanza strategica per comprovare il peso del settore dinanzi alle istituzioni politiche nazionali edeuropee e servira’ a definire linee d’azione concrete per mantenere la leadership industriale italiana e attrarre investimenti esteri in un’epoca di profonda transizione tecnologica e geopolitica .
L’intervento di Domenicali
Proprio di questo ha parlato il presidente e CEO della F1 Stefano Domenicali, collegato da Kigali dove nel 2030 si correrà il primo della storia GP in Africa nera, se si escludono il SudAfrica e il Marocco dove si andò solo una volta nel 1958. “
Sono entrato in Ferrari nel 1991 dopo la laurea in Economia e Commercio a Bologna. Fare il fiscale e societario non era certo quello cui ambivo ma era l’unico modo per entrare in quell’azienda , che per me , da imolese, rappresentava il massimo nel mondo" ha detto.
"L’accordo per il GP Ruanda che abbiamo presentato con il presidente Paul Kagame rappresenta un momento storico, di sviluppo politico ed economico di un continente come l’Africa, pieno di giovani , intelligenti e appassionati di tecnologia, in grado di cambiare il loro destino. Insieme possiamo creare benefici economici e sociali duraturi con turismo, investimenti, sviluppo delle competenze e crescita delle imprese locali”. In pratica la F1 proverà a fare ciò che nel 1967 scriveva Paolo VI nell’enciclica “Populorum Progressio”: creare lo sviluppo dell’uomo anche nei territori più poveri e dimenticati. Una bella missione, altro che solo gare e passione .
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