Nove stand, di cui un terzo di
moto cinesi:
ZXMoto,
Kove,
QJMotor. Il resto? Le storiche giapponesi
– Honda, Yamaha, Suzuki, Kawasaki
– e le sole Aprilia e BMW a tener su (a fatica) la bandiera
europea. Siamo alla 8 ore di Suzuka? No. A una fiera delle due ruote dall’altra parte del mondo? Neanche. Siamo al Cremona Circuit, in pista la
Superbike. Quella che vede Nicolò Bulega, italiano, su Ducati, moto italiana, laurearsi campione del mondo.
Il bello del campionato delle derivate di serie è la vicinanza con il pubblico. A differenza della pettinata MotoGP, gli appassionati possono immergersi in un micromondo che trasuda ottani e olio motore. Volendo – e portafoglio permettendo – si può arrivare in circuito con qualsiasi mezzo e tornare a casa con un contratto di compravendita di una moto in mano. Se non sei fissato con il Made in Italy.
Strategia vincente a basso costo
È fresca la notizia dell’ingresso di
ZXMoto in SBK dal 2028, che schiererà un inedito cinque cilindri, regolamento tecnico permettendo. Le moto progettate dall’ingegnere Zhang Xue, tra l’altro, sono attese in Italia tra la fine del 2026 e il 2027, distribuite da Padana Sviluppo. Per loro, dunque, la presenza del marchio in circuito può avere letture varie. Ha senso vederli approcciare il nuovo pubblico proprio alla tappa lombarda.
E gli altri? Kove e QJMotor inseguono da tempo un posto nella classe regina del mondiale, ma nei fatti non sono ancora riuscite ad accedervi. Gareggiano con fortune alterne in Sportbike e Supersport, senza aver toccato la griglia principale. Eppure, oggi hanno più possibilità di vendere direttamente in circuito di quante ne abbia Ducati, giusto per citare i campioni del mondo.
Le case italiane dormono, la Cina avanza
Ormai abbiamo imparato ad apprezzarlo: la capillarità con cui la Cina è capace di invadere qualsiasi settore economico è sotto gli occhi di tutti. Conseguenza di budget profondi, ma anche di strategie concrete. Non servono stanziamenti milionari per fissare quattro chiodi e montare uno stand di tela che ospita tre moto, come si vede nella foto d'apertura. La firma di un solo contratto ripagherebbe decine di volte l’investimento.
Ma allora perché non ci pensano le case europee? Troppo snob per rischiare un contatto più diretto, “da fiera”, con la gente? Fermare la gente è davvero così fuori moda? Preferiscono puntare sull’attrazione passiva della concessionaria. Certo, il blasone del marchio delle storiche case europee garantisce un valore ancora distante anni luce dai nuovi competitor. Il Vecchio Continente gode di un vantaggio competitivo accumulato in anni di storia e di competizioni. Scelte sbagliate, però, rischiano di imprimere un’accelerata decisiva al processo di assottigliamento del margine. Le giapponesi lo hanno capito da decenni. Le cinesi sono appena arrivate e già potrebbero salire in cattedra. E le italiane? Aspettano che qualche colosso asiatico se le mangi.
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