Le prime case automobilistiche o motociclistiche italiane normalmente venivano fondate da meccanici o da piloti. Accadeva speso ma non sempre. A Milano, nel 1945, nacque la Motom, su iniziativa della famiglia De Angeli-Frua, già attiva nel settore tessile. Scelse di diversificare i propri investimenti immaginando un futuro dove la mobilità economica sarebbe diventata una necessità diffusa. Il mercato dell’immediato dopoguerra aveva fame di mezzi semplici, affidabili e alla portata di tutti: lo avevano capito con largo anticipo. Motom non fu solo una marca, fu l’idea che anche in tempi duri quali il dopoguerra muoversi leggeri poteva voler dire tornare a vivere.
Dietro ai primi successi di Motom c'era Battista Falchetto, ingegnere di grande esperienza, cresciuto nel cuore dell’automobilismo italiano accanto a Vincenzo Lancia. Progettò un telaio a X in lamiera stampata, essenziale, resistente, pensato per essere prodotto con semplicità ma con una solidità da vera motocicletta. Accanto a questo, c'era un motore monocilindrico a quattro tempi, sobrio nei consumi e coerente con il bisogno collettivo di mobilità leggera.
Motom tra sperimenti, ambizioni e qualche passo falso
Per realizzare i primi esemplari si mise in moto una filiera che univa creatività e competenza: la carrozzeria Farina, le officine Ghirò di Torino, lo stabilimento Frua a Milano. Un triangolo industriale che diede vita, nel 1947, al primo modello: il Motomic, presentato al Salone di Ginevra. Il nome già nel suono evocava modernità e futuro, fusione di “moto” e “atomica”, in un’epoca dove anche le parole volevano guardare avanti.
Il Motomic era un veicolo fuori dagli schemi. Il suo motore da 48 cm³ con valvole in testa sviluppava appena 1,4 cavalli, ma bastavano per spingerlo con leggerezza, anche grazie al peso ridotto di soli 35 chilogrammi. A colpire però era soprattutto la struttura: un telaio monoscocca in due gusci di lamiera stampata, saldati senza l’uso di tubi, una soluzione che lo rendeva unico nel suo genere. Sospensione anteriore semplificata con parallelogramma e molle elicoidali, niente ammortizzazione posteriore, pedali che fungevano sia da avviamento sia da ausilio alla trazione in caso di emergenza. Era più di una moto, meno di una bicicletta, qualcosa che si muoveva nel mezzo, e lo faceva con intelligenza.
Il Motomic diventò rapidamente un successo popolare. Restò in produzione per quasi vent’anni, superando il mezzo milione di unità vendute. Era una cifra impressionante per un mezzo così minuto, ma perfettamente aderente allo spirito del tempo: essenziale, pratico, accessibile.
Nel 1952, la Motom tentò di cambiare marcia con un modello più ambizioso: il Delfino, spinto da un motore da 160 cm³. Il pubblico non rispose come sperato e dopo sette anni fu ritirato dal mercato. Seguì una serie di proposte intermedie, tra cui modelli da 60 e 100 cm³, con alterne fortune.
Nel 1955, la Motom tornò a stupire con il 98 T, presentato al Salone di Milano. Aveva un design coraggioso, quasi futurista, ma non riuscì a conquistare il mercato. Problemi tecnici e scelte troppo audaci ne compromisero le vendite, segnando l’inizio di un lento declino.
La Motom continuò a produrre fino al 1970, quando l’avventura si chiuse definitivamente.