Il duello imperfetto della Superbike: Scott Russell contro Carl Fogarty

Storie di Moto
martedì, 22 settembre 2026 alle 21:03
Mondiale Superbike 1994: Russell davanti a Fogarty e Slight
Nei box della Superbike anni ‘90 non c'erano psicologi. La gestione della pressione era un affare privato. La valvola di sfogo direttamente la pista. Con qualche ulteriore decompressione davanti ai microfoni.
Il biennio 1993-1994 vide esplodere una delle primissime e più intense rivalità del mondiale delle derivate di serie: quella tra Carl Fogarty e Scott Russell. Il primo nato a Blackburn (Regno Unito), classe 1965, irruento e spigoloso in pista, diffidente, scaramantico e ossessivo fuori; il secondo originario di Atlanta (Georgia, USA), un anno più vecchio, stile di guida fluido, spensierato al limite dell'indolenza.

Un rapporto di odio e rispetto

La rivalità tra i due non è mai stata un prodotto di marketing. Allora il motorsport non ammetteva certe costruzioni. Le logiche commerciali erano rudimentali e, quando provavano a intrufolarsi nel paddock, venivano subito travolte dalla genuinità dei protagonisti. Dorna sarebbe entrata solo tre lustri dopo a indirizzare (talvolta costruire) lo storytelling. La polarizzazione del tifo era spontanea e, forse proprio per questo, sana. Tempi in cui erano i personaggi a fare lo show, e non lo show a fabbricare personaggi; la narrazione conseguenza naturale dell’incrocio di caratteri e ambizioni. Soprattutto se opposti i primi e convergenti le seconde. Come tra King Carl e Mr. Daytona.
Fogarty era celebre per lo "sguardo da rettile" con cui puntava gli avversari prima del via per intimidirli. Russell era uno dei pochissimi che non abbassava gli occhi. Non si faceva condizionare. Anzi, l'americano usava la tattica del rivale a proprio favore, rispondendo alle provocazioni con quella sua ironia che mal celava spavalderia. Anche davanti ai microfoni.
Carl Fogarty e Scott Russell

1993: titolo conteso fino all'ultimo

Il 1993 è la stagione dello scontro. L'ultima della Ducati 888, che l’anno successivo avrebbe lasciato il testimone alla mitica 916. Carl Fogarty affronta la sua seconda stagione con la casa di Borgo Panigale, mentre Scott Russell è al primo campionato completo dopo le apparizioni dell’anno prima. Sullo sfondo, un Giancarlo Falappa con il potenziale per diventare il primo italiano a conquistare il titolo Superbike.
L’annata parte infatti nel segno del Leone di Jesi, dominatore sul bagnato a Brands Hatch e leader nella prima parte di campionato. Fogarty, frenato a inizio stagione dalla frattura del polso, si rimette in corsa grazie ai successi di Albacete e a otto vittorie su dieci gare tra Repubblica Ceca, Svezia, Malesia, Giappone e Olanda. Russell resta in scia e si difende a suon di podi, per poi sferrare l'allungo decisivo con la doppietta di Donington. L'epilogo del Mondiale ha dell’assurdo: l'ultimo round in Messico viene annullato per l'inadeguatezza del circuito, tra palloni rimbalzati in pista, cani randagi e persino un furgone incrociato in pista. Il titolo iridato va a Russell per 378,5 punti contro i 349,5 di Fogarty. Al britannico non bastano undici vittorie, più del doppio del rivale, che però – a conferma della sua grande costanza – fa segnare lo zero in soli due round.

La fine delle ostilità 

Nel 1994, in sella alla nuova Ducati 916, Fogarty domina il campionato, chiudendo con 505 punti contro i 280 di Russell, che paga il ritardo nello sviluppo della Kawasaki ufficiale. Il passaggio di Russell alla 500cc del Motomondiale nel 1995 interrompe poi la continuità del duello diretto, lasciando ai numeri e alla memoria il bilancio di una delle rivalità più autentiche della storia.
Anni dopo il ritiro, parlando del ritiro, l'inglese riconoscerà il valore dell'americano: «Scott era proprio come me: era uno che voleva vincere a tutti i costi. Quando metti insieme due piloti con quella stessa fame, finisci inevitabilmente per creare problemi. Tra tutti i rivali che ho affrontato, lui è stato il più duro, persino più di Colin Edwards o John Kocinski». Prima, però, era stata guerra aperta.
Dal canto suo, Russell vedeva in Fogarty una molla per superare i propri limiti. Odiava e al tempo stesso amava il rivale: odiava per la sua aggressività e perché spesso gli finiva davanti; amava per il suo volersi spingere oltre, a ogni costo, spingendo anche lui in quella direzione. Una dicotomia ingrediente di tutte le grandi rivalità dello sport, non solo motoristico. Coppi contro Bartali, Federer contro Nadal, Ronaldo contro Messi, giusto per citarne qualcuna. Senza l’uno, l’altro sarebbe stato forse più vincente, ma sicuramente meno forte. E viceversa. Sono i grandi duelli a rendere immortali le vittorie.
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