Carl Fogarty

Che storia: “Grazie King Carl Fogarty, se mi sono laureato lo devo a te”

Da campioni come Carl Fogarty si può imparare moltissimo. Le loro gesta possono diventare fonte di insegnamento nella vita. A me è successo che...

2 maggio 2020 - 13:15

di Ascanio Gardini

Maggio 1996. L’università procede a rilento. Metto l’impegno, ma c’è qualcosa che non quadra da qualche parte. Forse sono io, forse è il metodo di studi non corretto, forse è anche sfortuna. Non lo so. Non che io mi faccia condizionare facilmente, ma tempo prima un professore, durante un esame mi dice: “Lei non è adatto per questa facoltà. Le consiglio di cambiare facoltà, non università.” Penso seriamente di mollare. Probabilmente non ho scelto la strada giusta e la facoltà di Giurisprudenza non è per me. Voglio mollare tutto.

La carica di King Carl

Arriva una domenica e cerco di rilassarmi un poco vedendo la Superbike che corre ad Hockenheim insieme ad alcuni amici. Sono tifoso di “Foggy”, che fa una prima gara disastrosa. Parte la seconda. Gli occhi sono spiritati più del solito e la Honda RC45 (nella foto d’apertura)  con il numero uno sembra guidata dal demonio. Vengo rapito, vivendo ogni secondo in maniera amplificata. Foggy lotta come un leone e, di pari passo con la sua foga agonistica, cresce in me la sensazione che debbo andare avanti con la facoltà di Giurisprudenza. Alla fine “King Carl” vincerà quella gara di misura, lottando fino all’ultimo centimetro. Cambio improvvisamente approccio anche io. Mi viene una rabbia che non avevo mai sentito dentro. Inizio a vivere l’università in maniera differente: una battaglia continua. Prima degli esami mi vengono gli occhi spiritati e spesso faccio scappare per strada la gente che incrocio. E quando mi siedo per essere esaminato vorrei distruggere tutto e tutti.

Incontri ravvicinati 

Aprile 1997, mi trovo a Misano per vedere il round mondiale della Superbike. Riesco a farmi una foto con “King Carl”, poi mi aggiro nei box alla ricerca anche di Aaron Slight. Mi imbatto in uomini Honda poco simpatici che mi prendono in giro perchè portavo una maglietta Buell (avevo appena comprato una Buell M2 Cyclone…). Reagisco in malo modo dicendo loro che la Honda la avrebbero potuta buttare nel cesso,  che non valeva nulla. Che Foggy avrebbe distrutto “Little John” (Kocinski). Che, se per sbaglio avessero ottenuto qualche buon risultato il merito sarebbe stato solo di Aaron Slight. Poi non andò così: Kocinski vinse il Mondiale…

A denti stretti

Nel 1998 è appena avvenuto il “round” pugilistico tra Foggy e Chili nel dopo gara di Assen. Io, nemmeno a farlo apposta, reagisco ad una provocazione scatenando una rissa all’università per questioni legate ad una donna, buttando giù un tipo che pesa cento chili. Ho in testa Foggy che reagisce a Chili ed in cinque, a stento, riescono a fermarmi. Con il fuoco dentro arrivo fino alla laurea nel marzo 2000. In quel periodo viene venduto il casco “replica” di King Carl dalla Shark. Se mi sono laureato è perchè Foggy mi ha insegnato a non mollare mai, ma non mi sento ancora pronto per portare quel casco. Per me è solo un inizio, non ho nemmeno festeggiato la laurea.

L’epilogo

Tanti anni dopo, mi metto a fare tanti concorsi pubblici e, finalmente, arriva la chiamata da una Pubblica Amministrazione. Tra le tante persone penso a “King Carl”. Nemmeno a farlo a posta vengo a sapere che la LS2 ha messo in commercio un casco replica del “Re” ma non è importato in Italia. Ma ora lo posso comprare. Sento di poterlo mettere, di essermelo meritato. Dopo varie traversie mi arriva a febbraio 2020, in piena emergenza  Covid-19. Lo guardo tutti i giorni. Non vedo l’ora di risalire sul kart quanto prima e metterlo!

1 commento

marcogurrier_911
14:01, 2 maggio 2020

Bravo, bel racconto (tranne Misano 😉

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