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ESCLUSIVA Michele Zasa: “Serve maggior senso civico delle persone”

Il dottor Michele Zasa commenta la stagione MotoGP appena conclusa, tra difficoltà organizzative e protocolli serrati. Ma ci parla anche della realtà oltre le corse. L'intervista.

26 novembre 2020 - 9:45

Dal 2014 il dottor Michele Zasa ha ereditato dal dottor Claudio Costa la guida della Clinica Mobile. Parliamo di quella che ormai è considerata un’istituzione, un pilastro del Motomondiale, il suo ospedale itinerante. Ma questa è stata una stagione ben più complessa a causa della pandemia da coronavirus, con il dottor Zasa tra i medici in prima fila fin da subito. Con tutti i campionati bloccati, era impegnato a tempo pieno nel 118 di Parma. Ma non solo: “Come Clinica Mobile abbiamo dato vita a progetti di screening in Emilia Romagna, con la ASL di Piacenza e con la AUSL Romagna. Sono stati fatti così test sierologici sulle Cliniche Mobili, dando una mano nel nostro piccolo e con i nostri mezzi.”

Vista che la stagione del Motomondiale è ormai conclusa, “Probabilmente continueremo anche nei prossimi mesi con progetti in tal senso.” Un impegno costante per dare tutto l’aiuto possibile in un’annata davvero particolare. Un 2020 in cui era difficile anche solo pensare di disputare un campionato, vista la cosiddetta ‘prima ondata’. La vittoria è questa: essere riusciti ad organizzarlo, certo con regole ferree per creare una ‘bolla’ sicura per tutti gli addetti ai lavori. Ora il dottor Zasa è tornato al 118 di Parma e non ci fa mancare molti interessanti commenti sulla situazione attuale.

Come valuta questo 2020?

È stato certo piuttosto complesso per tutti, sia a livello sportivo che lavorativo. Possiamo dire che, grazie a tutte le persone coinvolte a livello organizzativo, noi abbiamo avuto la fortuna di riuscire a portare avanti un campionato, che dal punto di vista sportivo è risultato più che accettabile. Questo paragonandolo ad altri ambiti sportivi e con una pandemia in corso. Siamo riusciti a fare un buon numero di eventi: se avessero chiesto ad aprile, nessuno di noi avrebbe scommesso sulla realizzazione di così tante gare. Un campionato del mondo implica tante cose per gli organizzatori ed anche per la Clinica Mobile a livello logistico: molti aspetti da considerare, vari mesi fuori casa… Ancora di più quest’anno data la situazione.

Un bilancio generale quindi soddisfacente per quanto realizzato.

Siamo contenti di quello che abbiamo fatto: Dorna e IRTA erano molto soddisfatti di noi, così come noi siamo grati a loro per essere riusciti a organizzare nel migliore dei modi, anzi anche oltre le aspettative, tutta questa stagione. Certo, tutti avremmo preferito un anno ‘normale’, senza pandemia e senza tanta sofferenza nel mondo. Ma alla luce della situazione che ci troviamo a fronteggiare direi che siamo stati più che bravi. Oltre ad avere tanta pazienza e ad esserci impegnati molto nel rispettare le regole: tutti hanno capito e rispettato regole a volte dure, ma fatte per garantire la sicurezza del paddock. Il discorso quindi di fare dei tamponi frequenti, lo stop in caso di positività, l’isolamento della persona e dei contatti stretti. È stato stilato un protocollo fin dall’inizio e tutti si sono adeguati.

Com’è cambiato il lavoro della Clinica Mobile quest’anno?

Da tempo svolge un ruolo molto importante nel motociclismo. A maggior ragione in un anno così corto, in cui tutti hanno dato il massimo per il rischio di giocarsi tutto in poche gare. Questi piloti quindi erano sempre al limite, come già sono normalmente. Soprattutto però quest’anno: chi si infortunava doveva rientrare in tempi molto rapidi, sapendo che non c’erano 10 giorni tra una gara e l’altra. Con varie gare attaccate, chi riportava lesioni rischiava sempre di perdersi due/tre GP. In un certo senso per noi non era nulla di nuovo: abbiamo utilizzato sempre le stesse tecniche. Certo però abbiamo dovuto adottare una serie di accorgimenti alla luce della pandemia: il cambiamento c’è stato dal punto di vista organizzativo.

Nello specifico?

Dovevamo evitare assembramenti in una struttura sanitaria in cui potenzialmente c’era il rischio di creare un’area di infezione, come avvenuto negli ospedali. Questo oltre al monitoraggio per l’accesso al paddock, con controlli al mattino ed anche prima di entrare in Clinica Mobile. Abbiamo ridotto i nostri servizi tagliando quelli ‘non essenziali’: per esempio i massaggi decontratturanti, certo importanti in ambito sportivo, ma meno in Moto2 e Moto3. Abbiamo poi diminuito il numero di fisioterapisti: visti i tagli, potevamo fornire lo stesso servizio con due persone in meno. Siamo stati attenti alle distanze, all’uso delle protezioni, una cosa che anche i piloti hanno capito. Dal punto di vista organizzativo dunque ci sono stati una serie di accorgimenti logistici, mentre l’attività e gli obiettivi sono rimasti gli stessi. Ancora più importanti, ma tutte cose a cui siamo abituati: quando un pilota cade vuole tornare quanto prima in pista, quindi dobbiamo fare gli straordinari per permettergli di correre.

Cos’è cambiato a livello ‘psicologico’ per piloti e persone del paddock?

Sicuramente questo tipo di organizzazione è stata stancante, credo più per il personale del paddock che per i piloti. Fare tre settimane di fila… Noi eravamo abituati alla tripletta ad ottobre, ma a parte quello avevamo gare singole, al massimo due GP consecutivi. Questo quindi è stato molto stancante: avere tutte gare di fila, rimanere lontano da casa, con tutta una serie di restrizioni. Nel dettaglio, potevi stare o in pista o in hotel, fine. Non si poteva chiaramente andare in giro per questa ‘bolla’ di protezione. Ma c’era consapevolezza, tutti si sono resi conto della necessità di queste misure e hanno capito che era meglio così, seppur in una situazione difficile da gestire. Queste restrizioni infatti hanno permesso di continuare il mondiale e quindi tanta gente ha tenuto il suo lavoro, una cosa non indifferente visti i tempi. Per quanto riguarda i piloti, seguono la loro grande passione che è andare in moto. Per loro quindi c’era la gioia: erano tutti contenti di poter continuare il mondiale, di guidare le loro moto… Una manna dal cielo.

Nessun timore in più magari tra i piloti dopo qualche caso positivo tra il personale?

Per tutti loro poter iniziare dopo il lockdown è stato qualcosa di fantastico. Poi l’emozione di salire in moto… Certo lo posso solo immaginare da quello che mi descrivono, a quelle velocità non ci sono mai andato! Sicuramente comunque non sono mancati i timori per la situazione globale, e qualche pensiero quand’è emerso qualche caso nel paddock. Ma c’era la consapevolezza di avere un’organizzazione dietro che si muoveva in maniera molto precisa, abbiamo sempre gestito al meglio tutte queste situazioni. Seguivamo un protocollo sanitario molto serio che minimizzava il rischio all’interno del paddock.

Se vogliamo poi si sentivano anche “protetti”: sono ragazzi giovani ed in buona salute, quindi il rischio è minore. Certo comunque li mettevo sempre in guardia su questa falsa sensazione di sicurezza: certo che il virus colpisce molto gli anziani, magari con patologie, ma ci sono stati casi di ragazzi molto giovani in terapia intensiva. Da una parte dicevo di vivere la loro vita, dall’altra ricordavo di non abbassare la guardia. Ho cercato quindi anche io nel mio ruolo di sensibilizzare tutti i piloti, ma in generale li ho sempre visiti sereni, tranquilli e rispettosi delle regole.

Una vittoria quindi il fatto di essere riusciti a disputare questi campionati.

Soprattutto con così tante gare. Se mi avessero chiesto ad aprile, avrei ipotizzato cinque o sei gare. Invece siamo riusciti ad organizzarne veramente un buon numero: a parte qualche pilota che magari ha perso alcune gare, possiamo parlare di un campionato reale. Magari possiamo disquisire sul fatto di piloti costretti a rimanere fermi che quindi non hanno potuto giocarsela al meglio. Ma guardando al quadro complessivo direi che è stato un ottimo risultato.

Si aspettava dei campionati così combattuti?

Da una parte sì: sapendo che se la sarebbero giocata in poco tempo mi aspettavo una bella battaglia. In generale comunque, MotoGP a parte, abbiamo sempre visto delle belle lotte, a maggior ragione quest’anno con i titoli Moto2 e Moto3 decisi all’ultima gara. Per quanto riguarda la MotoGP, sarebbe stato bello un campionato con Marc Márquez in mezzo al gruppo, ma certo non era preventivabile l’infortunio. Ma ha aperto quindi i giochi e dato spazio a tutte queste battaglie. Certo è un campionato che comunque Mir ha vinto a pieno titolo, gli infortuni fanno parte delle gare e certo non è un titolo che vale di meno. Chissà come sarebbe stata con Marc… Ma con i ‘se’ e con i ‘ma’ non si può sapere. Sarebbe stato meglio non avere il suo infortunio, ma è stato bello avere un campionato così combattuto e deciso solo alla penultima gara.

Un discorso che possiamo fare anche con Lowes, con lesione ad una mano a fine stagione.

Certamente. Citiamo anche Arbolino in Moto3, costretto a saltare una gara ed a correre quella dopo senza aver lavorato sul set up. Chissà cosa sarebbe successo… Sono molto legato a Tony fin da quand’era piccolo e faceva il CEV, ma dobbiamo accettare che il campionato è andato così. Alla fine siamo stati fortunati a disputarlo. Certo poteva andare diversamente: se Marc non si fosse infortunato, se Sam non avesse avuto la lesione a Valencia, se Tony non si fosse seduto vicino ad una persona poi risultata positiva. Alla fine però chi vale, vale sempre, l’abbiamo visto in questo campionato.

La questione della quarantena preventiva però ha fatto un po’ storcere il naso.

Capisco questa parte, ma se si fa un regolamento bisogna rispettarlo. Non era un qualcosa fatto per supportare solo chi era malato, ma era una misura necessaria per evitare che un possibile contagio si diffondesse nel paddock. Dura lex, sed lex. Purtroppo in un periodo di pandemia la quarantena serve non solo per chi ha i sintomi, ma anche per chi viene definito un ‘contatto stretto’, che su basi scientifiche potrebbe positivizzarsi in 10-14 giorni. Non possiamo quindi lasciarlo andare in giro, anche con lo status di pilota non gli impedisce, volendo, di infettare altra gente. A meno che non dicano (ma non è questo il caso) “A noi non interessa, deve correre lo stesso.” Poi rischi di chiudere tutto il Mondiale. I protocolli non sono stati fatti contro qualcuno, ma definiscono situazioni di rischio per evitare infezioni che potevano farci fermare tutti. Sono a volte tristi ed in certi casi col senno di poi non erano necessarie… Ma lo sappiamo solo dopo.

Per uscire dalle corse. Lei aveva definito la prima ondata una sorta di ‘Terza Guerra Mondiale’. Adesso come siamo presi?

Il mio termometro è la realtà di Parma, visto che quando non sono alle corse lavoro nel 118. Ma anche in base alle statistiche nazionali è una realtà relativamente più tranquilla. Certo l’emergenza c’è, ma i numeri sono inferiori rispetto ad altre province che avevano vissuto meno la prima ondata. Io quel riferimento l’avevo fatto proprio perché mi ero trovato ad affrontare una situazione veramente drammatica. Ad esempio a marzo o aprile, ricordo giorni in cui ero entrato tutto bardato nel Pronto Soccorso Covid e avevo visto delle scene che proprio mi ricordavano scene di ospedali da campo della Seconda Guerra Mondiale, quelle che si vedevano nei film. Questo al momento non c’è a Parma: c’è una grande organizzazione, forse memori della prima ondata.

C’è un gran lavoro sul territorio, c’è un trasferimento diretto ai reparti Covid passando il meno possibile dal Pronto Soccorso… Certo se i numeri dovessero salire e le risorse non fossero sufficienti si farebbe più fatica, ma almeno per il momento è una situazione gestibile. Purtroppo però siamo di fronte ad una pandemia che può peggiorare da un momento all’altro, anche perché vediamo tutto ciò che è stato fatto due/tre settimane prima, visto il tempo di incubazione. Anche questo è difficile da far capire alla gente, perché non c’è una conseguenza immediata. So però che ci sono realtà critiche come il nord della Lombardia. Bisogna rendersene conto ed avere tanta pazienza: la popolazione è stanca, ma questa è una realtà, non ci stiamo inventando niente.

Dal suo punto di vista, tra prima e seconda ondata si poteva fare qualcosa di più a livello organizzativo? Considerando che sappiamo ancora poco di questo virus.

È una malattia che si conosce poco, questa è una difficoltà in più. Adesso però si sentono notizie di questi vaccini che mi danno molta speranza, ma vorrei anche vedere dei dati scientifici. Al momento credo non ce ne siano di definitivi, spero vengano fuori quanto prima. Pur con la consapevolezza che ci vorranno comunque diversi mesi per vaccinare tutti e tornare ad una situazione mondiale di tranquillità. Qualcosa in più comunque si poteva fare, anche a livello politico. Dipende però molto anche da regione a regione: alcune hanno affrontato meglio l’emergenza, altre hanno lasciato un po’ andare soprattutto nei mesi estivi.

Un parere personale, ma da anni vedo che i politici tendono sempre a pensare all’immediato, mentre sono davvero pochi quelli che guardano al bene comune a lungo termine. Allo stesso tempo però non possiamo sempre incolpare loro dei nostri comportamenti: una parte la deve anche fare il cittadino. Così come ho visto gente responsabile, ci sono persone che si lamentano delle chiusure ma non sanno rispettare quattro semplici regole. Serve il senso civico delle persone, e non solo in Italia: chiacchierando nel paddock ho sentito di realtà di altri paesi. Forse è proprio l’uomo moderno a mancare di senso civico.

Un aspetto che ‘intacca’ anche il lato medico.

La gente vuole il libero arbitrio, dire pareri… Ma la scienza non va avanti per pareri. Forse anche noi come medici e scienziati siamo stati molto disuniti, ci sono stati personalismi e voglie di apparire che hanno portato a messaggi contrastanti. In ogni caso comunque la scienza dev’essere qualcosa basata su evidenze scientifiche e di cui parlano gli scienziati. Non è che il barbiere, il commesso, altri possono esprimersi, non ne capisco io che ho studiato medicina sei anni più una specializzazione di quattro anni. E ne so poco, poi volendo sono anche rianimatore quindi è un altro settore. Quando sento gente in giro con tutte queste sicurezze, che magari fa tutt’altro nella vita, mi domando se sono tardo io, se magari non ho capito niente.

Tornando alle corse: è uscita una prima stesura del calendario MotoGP 2021, con anche tappe extraeuropee. Secondo lei sarà possibile tenerlo o avremo ancora tanti stravolgimenti?

Tutto dipenderà dall’evoluzione dell’emergenza. Ho fatto due chiacchiere con chi prende queste decisioni ed il calendario è stato fatto con la forte volontà di rispettarlo il più possibile. Con la consapevolezza però di eventuali situazioni legate all’emergenza Covid che potrebbero portare ad inevitabili cancellazioni. Ma fa piacere vedere soprattutto da parte dell’organizzazione la volontà di andare avanti, di programmare un campionato che vuole rispettare il più possibile.

Lo spettacolo deve continuare, anche per dare un messaggio positivo.

Certo tutto fatto con cognizione di causa, con i dovuti accorgimenti. Non vogliamo rischiare la salute noi per primi per dare un messaggio positivo. Però comunque ci sono le condizioni: abbiamo un protocollo valido, che può essere ancora migliorato, e quest’anno le cose nella ‘bolla’, nel mezzo della pandemia globale, non sono andate male. Certo c’è stato qualche caso, ma era impossibile pensare di non averne. Ma sono stati pochi e gestiti bene, senza generare focolai. Noi siamo un piccolo evento all’interno di quest’anno difficile, ma siamo andati avanti e questo dà speranza. Vuol dire che con una forte organizzazione ed il rispetto delle regole si può fare anche in questa situazione. Speriamo poi che l’emergenza venga meno, che si trovino soluzioni in materia di cure e soprattutto vaccini.

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