Marc Marquez non è un comodo compagno di squadra per nessuno. Dal suo esordio in MotoGP nel 2013 ha convissuto con Dani Pedrosa, Jorge Lorenzo, suo fratello Alex, Pol Espargaro e infine Pecco Bagnaia. Invincibile (o quasi) nelle sfide dirette, il nove volte campione del mondo ha però portato anche tensioni ai box. Come racconta il connazionale Pedrosa in un'intervista al podcast Fast & Curious.
I tempi d'oro della Honda
Il passare del tempo aiuta a fare chiarezza su eventi del passato che prima non erano perfettamente chiari.
Marc Marquez corre la sua 14esima stagione in MotoGP, dopo l'ingresso in classe regina nel 2013 con la Honda. All'epoca sulla RC213V del team factory c'era la stella Dani Pedrosa, era il periodo d'oro dell'Ala dorata, che aveva puntato sul cavallo vincente di Cervera. Fu un periodo di dominio assoluto, in cui vinsero quasi tutte le Triple Crown, conquistando contemporaneamente i campionati piloti, squadre e costruttori. Ma dietro quei trofei si celava una realtà che Dani Pedrosa ha ora voluto spiegare con trasparenza.
L'arrivo di Marc in HRC
La MotoGP Legend, oggi collaudatore KTM, ha ricordato cosa significhi convivere con un fenomeno come Marc Marquez ai box. E come l'atmosfera in Honda non avesse nulla a che vedere con il cameratismo che si respira oggi in altre Case costruttrici. "Quando Marc è arrivato in squadra, l'atmosfera era ovviamente molto tesa, perché alla Repsol Honda, almeno a quei tempi, i due piloti erano come due squadre separate. Non c'era lavoro di squadra; lavoravate per vedere chi era il migliore, e basta".
Erano due strutture indipendenti sotto lo stesso tetto, in lotta per un solo obiettivo: vincere il titolo mondiale. Una filosofia abbastanza differente rispetto a quella odierna, dove c'è collaborazione tra piloti per migliorare la moto e scambio di dati per limare qualche decimo sul giro. Alla fine, il pilota più veloce era quello che dettava lo sviluppo e riceveva la maggior parte dell'attenzione degli ingegneri.
Un approccio più aggressivo
L'arrivo di un esordiente come Marc Marquez ha sconvolto il 'modus laborandi' di Dani Pedrosa, dato che il suo approccio era molto più metodico e blando. Invece il #93 è arrivato in HRC con una mentalità sconvolgente, che ha stupito tutti, sempre alla ricerca del limite, anche a costo di prendere cadute. Marc arrivava dalle classi inferiori con la fame di vittorie, nel pieno delle sue energie umane e professionali. "Il mio approccio alla gara è sempre stato quello di minimizzare il rischio, ovviamente, perché ogni volta che cadevo mi facevo male. Non potevo rischiare cinque cadute in un weekend e poi finire sul podio. Per me era impensabile", racconta Pedrosa.
Con l'ingresso di Marc tutto è cambiato e il suo metodo è diventato vincente. "Distruggeva cinque moto, ma la domenica vinceva la gara o arrivava secondo o terzo. Quindi quello che ho imparato da lui è stato quel modo diverso di affrontare il weekend".
La supremazia di Marquez
La gerarchia all'interno del box è gradualmente cambiata, con l'attenzione del marchio che si è spostata sul nuovo fenomeno. Per i primi due o tre anni, Pedrosa ebbe ancora un ruolo significativo nello sviluppo della Honda RC213V. Non appena Marc ha iniziato a vincere regolarmente gare e titoli MotoGP, la casa giapponese puntò tutto su di lui. "Io ho potuto continuare a sviluppare la moto e avere voce in capitolo su alcune decisioni. Ma è vero che dopo quei tre o quattro anni, Marc, che continuava a vincere, aveva più influenza e, con più esperienza, decideva in modo più preciso quali componenti fossero più adatte a lui".
Dopo alcune stagioni la RC213V è diventata sì una moto vincente, ma grazie alle qualità di Marquez. La Honda si è rivelata una moto che solo Marc riusciva a spingere al limite, come dimostra il vuoto di successi dopo l'infortunio del 2020. Un vuoto che continua ancora oggi e che la Casa nipponica sembra incapace di colmare.
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