Superbike

Superbike: Dorna lancia l’operazione Mondiale a “porte chiuse”

Dorna sta chiedendo alle squadre quante persone serviranno per eventuali round senza pubblico e senza hospitality. In estate si può ripartire?

23 aprile 2020 - 19:32

La Superbike si sta preparando per correre a porte chiuse. Dorna sta facendo il giro delle squadre chiedendo quante persone sarebbero strettamente necessarie per gestire le attività in pista in un round a “porte chiuse”.  Il promoter si è reso conto che, ad oggi, è abbastanza utopistico ritenere che sarà possibile rispettare il calendario emendato l’ultima volta solo settimana scorsa. Per salvare il Mondiale 2020 bisognerà passare in modalità “emergenza”, cioè rifare il calendario praticamente da zero puntando su circuiti e nazioni che, a partire da luglio, possano consentire lo spostamento di persone e mezzi necessari.

Venti persone per i team factory, la metà i privati

I dati  stanno arrivando a Barcellona, quartier generale Dorna. “Noi possiamo riuscire a mandare in pista Toprak Razgtalioglu e Michael van der Mark con venti persone in totale in circuito” spiega Andrea Dosoli, direttore delle attività racing di Yamaha. “Parlo esclusivamente di tecnici, perchè le hospitality non saranno ammesse.” Lucio Pedercini, titolare del team Kawasaki che schiera il solo Sandro Cortese, dice: “Noi abbiamo chiesto a Dorna dieci persone, pilota e autisti del camion compresi”. Al Mondiale sono iscritti dodici team: sei due piloti, sei di uno solo. Per cui, a spanne, potrebbero essere necessarie circa 200 persone, comprendendo anche 20 ingegneri in totale a disposizione dei team factory. Se Dorna deciderà di mantenere inalterato il format, cioè far correre anche Supersport e la entry class WSSP300, si può ipotizzare una cifra di addetti intorno alle 600 unità. A questa cifra bisogna aggiungere commissari di percorso, medici, personale dell’organizzazione e soprattutto dell’infrastruttura TV.

Meno di mille persone nel paddock 

Per tornare in pista  la Superbike avrà bisogno di mille persone, forse meno. Per il “distanziamento sociale” non ci sono problemi, basterebbe rendere disponibili a ciascun team più box del normale, allargando gli spazi. Le squadre delle categorie di supporto potrebbero lavorare nei propri tendoni. Accorpare MotoGP e Superbike sullo stesso circuito, in due week end successivi, semplificherebbe molto le cose e permetterebbe ampie sinergie di infrastruttura, cioè notevoli risparmi al promoter. Il fatto che cinque piste (Assen, Misano, Aragon, Jerez e Barcellona) avrebbero dovuto ospitare entrambi i Mondiali potrebbe semplificare molto le cose.

I problemi non mancano

Ovviamente la strada è lastricata di diversi problemi. Il più arduo è capire, se possibile con congruo anticipo, quali nazioni e circuiti saranno più adatti allo scopo. Al momento la situazione è molto fluida, il contagio sembra in diminuzione e gli apparati produttivi e l’economia stanno ripartendo quasi dovunque. Siamo soltanto ad aprile, da qui a luglio-agosto c’è ancora tanto tempo per sperare che misure di contenimento e restrizioni sui viaggi vengano progressivamente allentate. Poi, magari, si tratterà di “tracciare” il profilo di ogni addetto, per assicurare alle autorità locali che nel paddock non ci sia nessun  “covid-19 positivo”. Dorna di recente si è dotata di 10 mila test.

Commenta per primo

POTRESTI ESSERTI PERSO:

Superbike, Scott Redding

Superbike, Scott Redding ci ha messo il cuore ma per il Mondiale non basta

andrea locatelli supersport

Supersport: Andrea Locatelli Campione, una sfida rivelatasi vincente

Superbike, Jonathan Rea

Superbike, Jonathan Rea lo stratega: in Francia può chiudere i giochi