Aprilia: origini, successi e la visione del fondatore Ivano Beggio

Storie di Moto
lunedì, 26 maggio 2025 alle 12:45
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Ogni volta che Aprilia vince in MotoGP il pensiero vola ad Ivano Beggio. Non è più tra noi da sette anni ma senza di lui la casa motociclistica di Noale non sarebbe mai esistita. Facciamo allora un lungo viaggio nel tempo. Ogni grande storia ha una radice nascosta. Quella di Ivano Beggio si chiama Alberto: padre operaio, artigiano testardo, uomo d’altri tempi. Più mani che parole, più sostanza che vetrina. Nel 1945 aprì una fabbrica di biciclette a Noale, in Veneto.

Perché il nome Aprilia

Alberto Beggio scelse il nome Aprilia ispirandosi a una delle meraviglie dell’automobilismo italiano: la Lancia Aprilia, elegante e innovativa berlina lanciata nel 1937. Ne era rimasto affascinato sin da giovane, colpito dalle sue linee armoniose e dallo spirito moderno che incarnava. Quel nome, per lui, evocava progresso, stile e futuro: tutto ciò che sognava di dare anche alle sue biciclette. Sì, alle biciclette perché all'epoca l'idea di costruire moto neppure lo sfiorava.

Dalle biciclette alle moto

Il figlio Ivano era attratto fin da piccolissimo dai motori e giocava tra bulloni e motori. Alberto non sognava la velocità, ma conosceva il peso della fatica e il valore del lavoro ben fatto. Fu lui a insegnare a Ivano la differenza tra il facile e il giusto. Fu lui a trasmettergli il rispetto per i materiali, per i dipendenti, per il tempo che serve a fare le cose bene. E così quando Ivano ha appena 16 Aprilia, nell'azienda di suo padre viene realizzato il primo ciclomotore: l'Aprilia Sport Uomo. Crescendo Ivano prende in mano le redini dell'azienda di famiglia. Ha gli occhi puntati sul futuro, ma i piedi ben piantati in terra.
Inizialmente lancia tre ciclomotori: Colibrì, Daniela e Packi. A questi segue la prima moto da fuoristrada la Scarabeo, presentata nel 1970 in due cilindrate e prodotta per quasi un decennio. Quando Ivano prende le redini dell’azienda, Alberto si fa da parte, ma non scompare ma rimane una presenza vigile. Ivano Beggio intanto trasforma una realtà artigianale in un laboratorio di velocità, talento e tecnologia.

Il debutto nel Motomondiale

All’inizio degli anni Ottanta il mercato europeo delle moto arrancava, i bilanci diventavano fragili e molti sceglievano il silenzio. Non Ivano Beggio. Nel suo ufficio, tra schizzi di telai e odore di ferro caldo, l’idea era chiara: non fermarsi. Cambiare forma, ma non anima. Aprilia decide di allargare l’orizzonte. Accanto ai piccoli ciclomotori e alle cross da battaglia, arrivano anche le moto stradali, quelle da enduro e da trial, per chi vuole perdersi nel fango o scivolare sull’asfalto. Cilindrate per ogni desiderio: dai 50 ai 600 cc. Non si tratta di espansione ma di sopravvivenza fatta con eleganza. La vera svolta avviene in pista. Aprilia realizza una RS 250 motorizzata Suzuki e la vende con le livree delle motociclette da competizione: il successo è estremo.
Aprilia si presenta dunque al Motomondiale. Nessun proclama, nessuno slogan. Solo una moto, la GP 250, e un ragazzo dal passo lungo e il cuore pulito: Loris Reggiani. Per molti, è una pazzia. Una casa italiana, piccola, artigianale, che osa sfidare l’Impero delle giapponesi. Per qualcuno è presunzione. Per altri, disperazione. Ma la pista non mente. Quella moto si classifica quinta nel mondiale.

Ivano Beggio: talent scout straordinario

Era l’inizio. Non solo di un’avventura sportiva, ma di un’idea nuova di motociclismo: quella in cui l’ingegno può battere il budget, e la provincia può sfidare Tokyo, se a guidarla c’è qualcuno che crede più nei sogni che nei limiti. Ivano Beggio non era solo un industriale. Era un talent scout, un mecenate della velocità. Capiva il motore, ma soprattutto capiva le persone. Non cercava solo piloti, cercava ragazzi affamati di successo, occhi che bruciavano di sogni.
E così, mentre gli altri puntavano sul nomi già affermati Beggio era uno straordinario talent scout. Valentino Rossi con Aprila vinse 4 mondiali. Max Biaggi, Loris Capirossi, Marco Melandri, Manuel Poggiali e tanti alti hanno avuto Beggio come maestro e mentore.

Il sogno Aprilia

Aprilia diventa una delle case motociclistiche più innovative d’Europa. L’azienda si impone prima nell’off-road, poi nel Motomondiale. Anni ’80, anni ’90: i box Aprilia diventano fucine di gloria. La filosofia è chiara: leggerezza, agilità, ingegno italiano. Beggio rifiuta i dogmi delle giapponesi. Insegna che si può vincere con la creatività, con la tecnica sartoriale, con la voglia di sorprendere. E funziona. Aprilia conquista 54 titoli mondiali tra piloti e costruttori, trasformando Noale nel cuore pulsante della velocità italiana.
Ma Ivano Beggio era un uomo colto, ironico, umile. Preferiva la tuta all’abito, il box alla sala riunioni. Quando parlava, lo faceva con calma, ma le sue idee correvano veloci. Credeva nell’etica dell’ingegno, nel potere della giovinezza, nella forza della provincia. Non ha mai spostato Aprilia da Noale, perché lì c’era la sua identità. Credeva che anche un paese di cinquemila anime potesse sfidare Tokyo o Monaco.
Nel 2004 cede Aprilia al Gruppo Piaggio. È un passaggio inevitabile, in un mercato sempre più feroce. Ma la sua impronta resta ovunque: nei progetti, nel DNA dei modelli, nei piloti che ancora oggi ricordano con commozione quel “padre gentile e geniale”.

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