Anni ’90 ribelli: la ROC Yamaha 500, telai francesi, cuore giapponese ed un podio da leggenda

Storie di Moto
giovedì, 18 dicembre 2025 alle 19:45
ROC Yamaha
ROC Yamaha
Negli anni Novanta nel Motomondiale c'era ancora spazio per la fantasia e per gli artigiani. La ROC Yamaha 500 nacque in un’epoca di transizione, quando la classe 500 stava cambiando pelle, le griglie si assottigliano, i costi lievitano ed i grandi costruttori giapponesi avevano il coraggio di percorrere strade insolite.
Dopo il Titolo Mondiale 1991 conquistato con Wayne Rainey, Yamaha decise di mettere a disposizione dei team privati una versione “addomesticata” del proprio V4 due tempi. Non una replica ufficiale, ma un propulsore sufficientemente vicino da consentire ai migliori telaisti europei di costruirci attorno qualcosa di competitivo. La differenza chiave stava nei dettagli: carter in alluminio anziché in magnesio, meno raffinati, più pesanti, ma anche infinitamente più sostenibili dal punto di vista economico. Per questa operazione Yamaha si affidò a due nomi: Harris, in Inghilterra, e ROC, in Francia.

ROC: una visione francese della 500

La ROC (Rosset Organisation Competition), non era una novellina. Guidata da Serge Rosset, aveva già dimostrato di saper costruire moto vere, non semplici telai da contorno. Le sue Honda private avevano lasciato il segno, guidate da piloti come Dominique Sarron e Pierfrancesco Chili. In più il legame con ELF garantiva una solidità tecnica e logistica rara per una struttura indipendente.
Quando ROC mise le mani sul motore Yamaha, non si limitò ad adattarlo: lo interpretò. Costruì un telaio razionale, rigido dove serve, comunicativo nel limite. Scaturì quindi una moto pensata per piloti veri. Tra il 1992 e il 1997 vennero costruiti circa trenta esemplari di ROC Yamaha 500, affidati a team e piloti diversi, spesso costretti a inventarsi il weekend di gara con mezzi ridotti ma idee chiare.
Nel 1993 la Casa Giapponese riconobbe il valore del progetto. Wayne Rainey, pilota ufficiale Yamaha, utilizzò varie volte una YZR 500 dotata di telaio ROC. Un privato diventò un autentico punto di riferimento per il team factory!
Nello stesso anno arrivò anche il risultato più importante della carriera sportiva della ROC Yamaha: il terzo posto di Niall Mackenzie nel GP di Gran Bretagna. ROC terminò quindi la stagione al quinto posto nel Mondiale Costruttori con 104 punti.

Una seconda vita, fuori tempo massimo

Come le varie due tempi, anche la ROC Yamaha sembrava destinata a rimanere un ricordo romantico. Invece tornò in pista nel 2003, nell’era MotoGP.
Il team Harris WCM, rimasto senza la propria moto per problemi di omologazione, rispolverò la vecchia 500 due tempi per tre Gran Premi, affidandola a Chris Burns. Era una sfida impari, quasi simbolica: contro motori più grandi, più potenti e tecnologicamente distanti anni luce, la ROC poteva solo testimoniare un’epoca che non esisteva più. I risultati non arrivarono, ma la presenza in griglia fu già una vittoria morale.
La ROC Yamaha fu la dimostrazione che, con intelligenza progettuale e visione, anche un team europeo indipendente poteva tenere testa all’ingegneria giapponese.
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