La
MotoGP lascia il tracciato più affascinante nella maniera più triste: senza correre, al tramonto di una giornata di diluvio senza tregua. Phillip Island, la terra dei sogni di tutti noi appassionati, avrebbe meritato un epilogo all'altezza.
Purtroppo è andata così, con dispiacere di tanti e grande sollievo dei pochi che in questa epoca tengono le redini della MotoGP. Phillip Island è la sintesi della nostra passione: un circuito fantastico, veloce, spesso impietoso coi piloti e per questo ancora più affascinante, perchè il rischio, non dimentichiamolo mai, è l'elemento che rende speciale questo sport. Ma, specularmente, Phillip island è l'antitesi dell'impianto "modello" della MotoGP di oggi. Vediamo perchè.
Meteo al limite
Lo dice la denominazione stessa: siamo su una piccola isola, seppure collegata al continente Australiano da un comodo ponte. Da un lato c'è la calma baia di Melbourne, dall'altra l'immensità dell'Oceano, ultimo lembo di terra prima del polo sud. Qui le perturbazioni arrivano veloci, sospinte da venti impetuosi, e quando piove, piove. Già nel 2001 gara 2 del round Superbike venne cancellata per le proibitive condizioni: venne giù così tanta acqua che alcune ambulanze lungo la pista restarono sommerse e non si potevano più muovere. Dal punto di vista della sicurezza c'è il problema della distanza da Melbourne, sede degli ospedali più attrezzati. Sono 130 chilometri, meno di mezz'ora di elicottero. Ma senza visibilità, non possono volare. Magari con la stessa acqua in altri impianti la corsa si sarebbe disputata. Qui è stato impossibile. Non si è capito perchè non sia stato attivato il piano d'emergenza del 2023, quando il GP venne corso al sabato, al posto della Sprint, per anticipare la tempesta, che era attesa da giorni.
La pioggia è solo uno degli elementi. Quando non piove in questa stagione tira vento forte e le temperature basse mettono in crisi gli pneumatici già messi alla prova dai tre curvoni superveloci che non hanno uguali nel mondo. In altre stagioni è stato il caldo a complicare i piani.
Problemi strutturali
I motivi per cui la MotoGP non correrà più a Phillip Island però non sono legato al meteo, ma al marketing. Intanto la posizione: per un "sistema" che ambisce a correre nelle città, vicino agli alberghi a cinque stelle e alla massa del pubblico, qui siamo agli antipodi. Negli ultimi anni la viabilità è stata migliorata ma il circuito non è dietro l'angolo, se non disponi dell'elicottero. Il problema più grosso sono le strutture. I box sono piccolissimi e le aree VIP sono praticamente inesistenti. Non le possono costruire, perchè tutta l'Isola è un parco naturale protetto da severissime leggi di tutela ambientale. L'accoglienza di chi può spendere 3-4000 mila dollari per una giornata fra piloti, ostriche e coppe di champagne qui è impossibile. Le strutture montate nel paddock per uffici e aree riservare ai team che vedete in TV, sono tutte montate pochi giorni prima del GP e smontate subito dopo. C'è anche un limite sul rumore, che impedisce di accendere i motori prima e dopo un certo orario, per non disturbare la fauna.
Gli americani di Liberty Media non hanno investito 4 miliardi nella MotoGP per vedere i pinguini al tramonto, ma per fare soldi. Non vedevano l'ora di dire addio a Phillip Island.
Cosa resta? Il giro esibizione per il pubblico rimasto in attesa sotto il diluvio
La MotoGP bulimica
Questa asimmetria fra passione, identità e business è la tematica che terrà banco nei prossimi anni, perchè la rivoluzione impressa da
Liberty Media è appena cominciata e cambierà profondamente lo sport che amiamo. Dopo l'infortunio di Jorge Martin sui social è divampata la polemica sulla stagione da 22 GP e 44 gare che sta spingendo al limite la salute dei piloti e anche quella di tecnici e personale che ormai vivono undici mesi all'anno in giro per il mondo. Solo in Brasile lo schieramento dei 22 piloti "
più veloci del mondo" è stata al completo, negli altri GP è sempre mancato qualcuno, spesso più di un protagonista. Ma anche il calendario bulimico è un trend inarrestabile: più GP, più soldi.
Tante gare aumentano il business e alimentano tutta la fiiliera del comando: promoter e team. I piloti si lamentano, ma ormai sono solo pedine di un "giro" molto più grande e potente di loro. I protagonisti in pista sono sempre stati ampiamente condizionabili anche quando la posta in gioco era molto più esigua, figuratevi adesso.
Quindi l'addio a Phillip Island e il calendario sempre più intasato sono solo due dei tantissimi cambiamenti che il "nuovo corso" MotoGP sta imponendo. Tanti non piaceranno a noi appassionati "old style", ma continueremo a guardare le corse comunque, magari senza riconoscerci più. E chi comanda farà i soldi, sempre più soldi. E' così che va il mondo, oggi.
PS: a questo punto il vero saluto a Phillip Island lo darà la Superbike, il prossimo febbraio. Anche nelle giornate tristi c'è sempre qualcosa di bello che resta.
-> Seguici anche su Instagram:
@Corsedimoto