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MotoGP: Quel problema dei piloti chiamato ‘sindrome compartimentale’

Oltre agli infortuni, i piloti del Motomondiale devono fare i conti anche con la sindrome compartimentale. Di cosa si tratta? Ecco la spiegazione.

14 febbraio 2021 - 17:35

di Paul Emile Viel/paddock-gp

Nel corso di una stagione MotoGP è relativamente comune vedere che alcuni piloti saltano una gara per infortunio. Il recupero incredibilmente veloce di questi ragazzi è impressionante. Di solito infatti tornano in pista poche settimane dopo una frattura, è davvero sorprendente.

A questo contribuiscono molti fattori, tra cui i fondi disponibili per curarli. Ricevono le migliori cure disponibili, le procedure mediche seguono protocolli rigidi e molto avanzati per garantire interventi chirurgici mininvasivi e riabilitazioni specialistiche. Il fatto che stiano seguendo una dieta corretta e un allenamento fisico costante significa anche che il loro corpo sta rispondendo efficacemente a una varietà di pericoli.

Nonostante questo, molti piloti soffrono di una malattia chiamata sindrome compartimentale. Citiamo Dani Pedrosa, Casey Stoner, Stefan Bradl, Loris Baz, Cal Crutchlow (entrambe le braccia), Pol Espargaró, Jorge Lorenzo o Fabio Quartararo. Tutti hanno subito almeno un intervento chirurgico per ridurre il loro dolore alle braccia. Parliamo di questa malattia di cui soffrono molti piloti.

Cos’è la sindrome compartimentale?

Il termine medico è sindrome compartimentale cronica (CECS) o, nei casi più gravi, sindrome compartimentale acuta (ACS). È la conseguenza dell’innalzamento della pressione intratessutale in uno o più compartimenti. Cioè nelle zone muscolari chiuse da una membrana fibrosa inestensibile chiamata aponeurosi, presenti nella gamba, nella avambraccio o nella mano. Questa patologia dolorosa può essere accompagnata da una diminuzione della circolazione sanguigna, che aumenta la sofferenza delle fibre muscolari e dei nervi.

Un infortunio dovuto ad un uso eccessivo da parte dell’arto, sottoposto a un uso specifico di alto livello, al contrario di una lesione causata da una caduta. È caratterizzato dalla comparsa di dolore intenso nei minuti successivi all’esercizio. Si dissolve circa 20 minuti dopo l’interruzione dell’attività, senza alcun effetto a lungo termine sull’arto.

A cosa è dovuto?

Negli ultimi anni, la pressione sulle braccia in frenata è diventata molto maggiore per diversi motivi. I piloti devono assorbire fino a 1,6 G, e questo trenta volte al giro, ovvero circa 600 volte a gara. Possiamo dire altrettanto per quanto riguarda le giornate di test. Con pneumatici sempre più efficienti, infatti, le moto hanno un grip impressionante in accelerazione, ma anche in frenata.

Anche il freno motore è diventato spaventosamente potente. I nuovi cambi seamless poi si aggiungono ulteriormente alla diabolica efficienza in frenata. Ed alla fine dei conti, chi deve “attutire” lo shock? La forcella ha un’efficacia limitata, quindi sono si tratta principalmente delle braccia del pilota.

Che cosa succede?

Il corpo umano ha una membrana non elastica che avvolge i nostri muscoli, chiamata fascia. Un impulso al muscolo aumenta il flusso sanguigno: il muscolo può aumentare fino al 20% del suo volume e la fascia non è elastica, per cui si stringe all’interno. Questo di conseguenza limita il flusso sanguigno.

Questa costrizione provoca forti dolori e un arto con prestazioni insufficienti. Ne può seguire anche intorpidimento o debolezza, l’esatto opposto di ciò di cui un pilota ha bisogno in moto ad altissima velocità. Tuttavia, è improbabile che causi danni permanenti all’arto.

Come viene diagnosticata?

Il massimo è il test della pressione compartimentale, ma è l’opzione più invasiva. Gli aghi vengono inseriti nella zona interessata e collegati a un sistema di test della pressione. Il muscolo viene così stimolato a testare la pressione in quella zona. Negli ultimi anni però alcune tecniche meno invasive si sono dimostrate molto efficaci nella diagnosi accurata della sindrome compartimentale nei piloti. Comprese le scansioni MRI, che possono valutare i volumi di fluido presenti durante l’esercizio.

La spettroscopia nel vicino infrarosso (NIRS) è una nuova tecnica che misura la quantità di ossigeno nel sangue nel tessuto interessato. Questo aiuta a determinare se la zona muscolare sta subendo una diminuzione del flusso sanguigno. Per un pilota MotoGP, meno tempo rimane lontano dalla pista e meglio è. L’opzione non invasiva della nuova tecnologia MRI è quindi quella preferita.

Come viene trattata?

L’unica vera opzione è un intervento chirurgico chiamato fasciotomia. Viene praticata una fessura nella membrana della fascia per alleviare la pressione. Vi ricorderete le foto di Cal Crutchlow in proposito…

Per una persona comune il recupero è di circa 6 settimane. Per i piloti della MotoGP parliamo di appena 2 settimane prima di tornare in pista. Ciò è in parte dovuto alla procedura eseguita durante l’intervento chirurgico per ridurre i tempi di recupero.

È stato il caso di Fabio Quartararo. Operato per sindrome compartimentale il 4 giugno 2019 a Barcellona, era tornato per il GP di Spagna il 16 giugno: un recupero di sole due settimane. Anche se non era ancora arrivato al punto di non ritorno, la sua squadra ha ritenuto che fosse meglio risolvere il problema il prima possibile.

Il sintomo principale della sindrome compartimentale è un improvviso insorgere di un forte dolore che aumenta nei primi minuti di attività. È possibile che ciò possa aver contribuito ai suoi problemi all’inizio della stagione. Naturalmente, come qualsiasi intervento chirurgico di questo tipo, non vi è alcuna garanzia che la procedura funzioni al 100%. In alcuni casi infatti potrebbe essere necessario ripetere l’operazione, ma anche il tessuto cicatriziale può complicare le cose.

Trattamenti per ridurre il dolore, la modifica degli allenamenti e il riposo degli arti non sono trattamenti a lungo termine. Certo poi non vanno bene per un pilota MotoGP per ovvi motivi. La minima perdita di capacità muscolare può essere catastrofica su un giro veloce. I piloti che mostrano segni di questa malattia vengono immediatamente inviati per i test richiesti e, se necessario, per un intervento chirurgico. Tendono a non aspettare che li penalizzi in troppe gare.

L’articolo originale su paddock-gp

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