Caro Don Carmelo, i conti non tornano. Il gran capo della
Dorna, società spagnola che ha in mano la gestione di
MotoGP e Superbike, è nel mirino dell'azionista di maggioranza, il fondo di private equity Bridgepoint. Cui non sono piaciuti i dati di bilancio 2014-15 tantomeno la gestione del caso Rossi, con la caduta d'immagine della top class che ne è seguita. Bridgepoint, un colosso che possiede 23 società che valgono circa 13 miliardi di euro, ha fatto la voce grossa e messo in discussione la posizione di Ezpeleta. Che forse anche nel 2016 resterà CEO, cioè l'amministratore delegato e massima carica operativa di Dorna Sport, ma con meno poteri e con il fiato degli investitori sul collo. Perchè il giocattolo si è rotto?
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Carmelo Ezpeleta, 69 anni, CEO di Dorna
CASO ROSSI – Il pieno di veleni che ha segnato l'epilogo di una
MotoGP eccezionale fino a due round dal traguardo è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. A Bridgepoint non è affatto piaciuto che
Dorna si sia fatta travolgere dagli eventi su tutta la linea. Cominciando da Sepang, quando le decisioni della Race Direction, e soprattutto le successive dichiarazioni pubbliche dei suoi membri, hanno acuito le polemiche tra Rossi, Marquez e Lorenzo, invece che smorzarle. Non è andato giù all'azionista che Dorna non sia riuscita ad evitare il ricorso di Valentino al TAS, tantomeno la polemica Honda contro lo stesso Rossi e i contrasti interni tra Vale e Jorge che hanno destabilizzato Yamaha. Lo stesso Rossi aveva condannato la pilatesca posizione del gran boss della MotoGP nel dopo Valencia con il famoso "
Visto che schifo? E te l'avevo detto..." a telecamere e microfoni spianati. Un casino generale che ha fatto vacillare immagine e fiducia dei principali sponsor della MotoGP, cioè dei pochi che ancora sono rimasti nelle corse. L' incendo ha messo a rischio l'intero business, così chi ci mette i soldi si è fatto qualche domanda...
Ma sarebbe sbagliato ridurre l'attacco a Ezpeleta ai fatti di novembre e magari ad una vendetta trasversale di Rossi. Perchè il vero nodo della questione è che
Dorna è un gigante d'argilla, con una linea di comando basata più sulle relazioni, anche di stretta parentela, che sul merito. Un'organizzazione che ormai gestisce un business sportivo di portata planetaria con la stessa struttura di vertice che aveva nel '92, quando Dorna Deporte SL acquisì dalla Federmoto la gestione commerciale del Motomondiale. Bridgepoint è diventata azionista di maggioranza nel 2006. Cinque anni più tardi, acquisendo la svizzera Infront, ha portato in dote a Dorna anche la Superbike, creando un monopolio che - nelle previsioni degli analisti finanziari - avrebbe aumentato in maniera considerevole sinergie e giro d'affari. Invece il Mondiale delle derivate al momento è un assett dall'enorme potenziale ancora inespresso.
LA SPINA SBK – L'organigramma della gestione Superbike è la cartina di tornasole di come funzionano le cose in
Dorna. Ezpeleta ha messo a capo della struttura Javier Alonso, il suo delfino, che a sua volta ha demandato la gestione operativa a Daniel Carriera, un manager giovane che in
MotoGP si occupava di logistica, ancora inesperto per un compito di tale rilevanza. Da metà 2015 il responsabile media è David Arroyo, figlio di Manuel, a sua volta uno dei più fidati collaboratori di Ezpeleta in qualità di massimo responsabile dei diritti televisivi. Emerge in maniera evidente come la linea di comando sia improntata più sulla parentela che sul merito. E i problemi non mancano. Un solo esempio: il rientro Yamaha, che doveva essere la grande novità tecnica e d'immagine 2016, ha finito per destabilizzare mezzo paddock. La marca di Iwata ha “rubato” la squadra alla Suzuki (che poi è uscita dal Mondiale) e lo sponsor alla Honda. Un terromoto che Dorna avrebbe dovuto evitare facendo pesare la "ragione di stato". E' comprensibile che a Londra, quartier generale di Bridgepoint, sia suonato il campanello d'allarme.