MotoGP, Andrea Iannone

MotoGP, Andrea Iannone: perchè la stangata è stata inevitabile

Andrea Iannone, squalificato per doping, non sarà più pilota MotoGP. I motivi di una sentenza apparentemente ingiusta spiegati da un noto avvocato francese.

3 dicembre 2020 - 19:06

Nella stagione MotoGP 2021 non vedremo in griglia di partenza Andrea Iannone, condannato ad una squalifica di 4 anni per doping. A molti la sentenza è sembrata ingiusta, ma non secondo gli esperti di legislazione internazionale. Tra questi Maître Jérôme Henry, avvocato presso il Tribunale di Parigi, molte volte al fianco dei piloti nelle controversie contrattuali. Intervistato dai colleghi francesi di Paddock-GP ha spiegato perché la decisione del Tas di Losanna sarebbe giusta e puntuale.

La scelta degli arbitri

Ricordiamo che Andrea Iannone, risultato positivo al Drostanolone dopo il GP di Sepang 2019, era stato sospeso per 18 mesi dalla FIM. L’ex pilota MotoGP ha presentato ricorso contro questa sanzione, e anche WADA, l’agenzia mondiale antidoping, ha presentato ricorso. I due ricorsi sono passati nelle mani del Tas, che dispone di un elenco di giudici di altissimo profilo, scelti in base alla loro esperienza professionale. A questo punto Andrea Iannone ha scelto un arbitro da questo elenco, nella persona di “Franco Frattini, che è stato viceministro degli Affari esteri in due occasioni, commissario europeo e giudice. La FIM ha nominato un arbitro britannico, Michael J. Beloff e la WADA ha optato per lo stesso arbitro. Il presidente designato è un franco-iraniano, Hamid Gharavi, avvocato che esercita a Parigi e New York, arbitro in molti organismi internazionali“.

Prove mancanti e leggerezze difensive

Come si è arrivati alla decisione di dare la massima pena ad Andrea Iannone? Come anticipato all’indomani della sentenza del Tas, il pilota di Vasto non avrebbe portato nessuna prova per sostenere la tesi della contaminazione alimentare da carne. “Dopo un attento esame degli elementi del fascicolo e dei testi federali applicabili, gli arbitri hanno ritenuto che Iannone non abbia portato alcuna prova tangibile”. Di conseguenza la sanzione di quattro anni “è automatica, senza alcun margine di manovra per gli arbitri, per la semplice applicazione del regolamento FIM“.

Il pilota abruzzese ex MotoGP non avrebbe neppure cercato di trovare una prova per dimostrare l’assunzione involontaria. Anzi, “si legge tra le righe una severa critica degli arbitri nei confronti di coloro che hanno consigliato Iannone in questo arbitrato, che sembrano aver preso questo caso un po’ alla leggera. Quando gli arbitri gli chiedono cosa abbia mangiato esattamente, risponde “una bistecca grande”, anche se il menù del ristorante è stato comunicato dai suoi legali: non dice nemmeno quale piatto di carne dal menù avesse preso!“.

I motivi della squalifica

La mancata squalifica di Andrea Iannone avrebbe creato un precedente molto pericoloso. “Se assolviamo un atleta risultato positivo che si accontenta di dire che potrebbe aver assorbito anabolizzanti inconsapevolmente mangiando un cibo contaminato, allora non saremo mai più in grado di sanzionare un atleta dopato. Sarebbe bastato portare le lettere che avrebbe indirizzato ai due ristoranti citati per porre domande, richiedere duplicati di fatture dettagliate, portare testimonianze di colleghi indicando ciò che avevano mangiato. In questo modo,  anche se non fosse stata considerata una prova formale, avrebbe dimostrato di aver fatto il massimo per raccoglierle Ma non c’è niente, è incomprensibile“.

Foto: Instagram @andreaiannone

2 commenti

Ringhietto
8:58, 4 dicembre 2020

Per molti giornalisti (di altre testate) è stato più facile gridare al complotto contro un pilota Italiano che dire come sono andate le cose in realtà

    Paolo Gozzi
    9:39, 4 dicembre 2020

    Concordo. Purtroppo, per motivi di convenienza nazionalistica, non è dato il giusto peso all’unico dato accertato e inconfutabile: Andrea Iannone è risultato positivo al drostanolone sia all’esame del campione A che alla controprova del campione B. Altro concetto che tanti media non hanno compreso, nè considerato: in ogni procedimento giudiziario, c’è una “verità processuale” che è quella che conta. La “verità vera” (cioè come siano andate effettivamente le cose) non conta niente, contano le evidenze e i documenti che i giudici hanno effettivamente in mano. Questi sono i concetti di base che Corsedimoto ha cercato di far conoscere ai lettori. Tra l’altro, sono chiavi di lettura che servono per capire meglio qualsiasi fatto giudiziario, anche in contesti aldilà dello sport.

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