Analisi: Dall’Igna ha ragione: senza una riforma, la MotoGP parlerà solo spagnolo

MotoGP
sabato, 18 luglio 2026 alle 19:40
Luigi Dall'Igna direttore generale di Ducati Corse
Il campanello d'allarme lo ha suonato Luigi Dall’Igna: “Purtroppo, è un dato di fatto, non vediamo più giovani talenti italiani e questo incide molto sull'italianità del nostro sistema”. Le dichiarazioni del Direttore Generale di Ducati Corse fanno discutere, ma tracciano i veri contorni di una situazione paradossale.
Siamo la patria dei motori, per diritto storico, culturale e industriale. Ma la culla del motociclismo moderno è altrove, in Spagna. E le ultime mosse di Borgo Panigale ne sono la dimostrazione: gli ingaggi di Acosta nel team Factory e di Mir in Gresini tingono di giallo-rosso (anche) la moto italiana più vincente dell’era MotoGP. Perché l'Italia, pur avendo le moto migliori, fatica a produrre piloti; mentre la Spagna (ormai da più di un ventennio, per la verità) riesce a fare il contrario.

Le due facce del motociclismo moderno

Certo, i talenti italiani non sono scomparsi del tutto. Vietti, Arbolino, Lunetta, Bertelle, Pini dimostrano che la nostra scuola è viva. Tuttavia, se un tempo Italia e Spagna accendevano la sfida numerica e qualitativa, oggi gli equilibri sono rotti. Esaurita la spinta della VR46 Academy, che ci ha regalato l’era di Bagnaia e dei vari Morbidelli, Bezzecchi e Bulega, attualmente nelle classi propedeutiche la Spagna domina. E questo pur non avendo una moto “bandiera” del proprio Paese.

Dalla Sport Production al dominio del modello spagnolo

La differenza sta nel tipo di supporto a cui i giovani possono accedere. In Italia serve un'accademia privata o budget familiari inaccessibili ai più; in Spagna il sistema centralizzato e i campionati come il JuniorGP continuano ad abbattere le barriere d'ingresso. Il problema di fondo è che il nostro motociclismo si è cullato, adagiato sugli allori. Forse nell’illusione che tanto – storia alla mano – il talento sarebbe primo o poi emerso. Ma non è più il tempo della Sport Production, vera fucina di campioni nostrani. Per troppo tempo ci si è cibati di iniziative dei singoli, affidando la crescita dei piloti soprattutto a piccoli sponsor locali o a investimenti personali.

Anche il Fisco aiuta gli spagnoli 

Pochi lo sanno, ma in Spagna c'è un fattore che ribalta il tavolo: chi investe nelle scuole di avviamento allo sport godono di vantaggi eccezionali. Le detrazioni fiscali possono arrivare anche al 100% dell'investimento. Questa politica di grande apertura e lungimiranza, spiega perchè non solo nelle moto ma anche in molti altri sport - pensiamo al calcio, ma anche al basket - la Spagna sia diventata una grandissima potenza. Partendo da zero, o quasi.
Il circuito cittadino di Jerez
Nelle moto, fino agli anni '80, la Spagna era rappresentata unicamente da grandi campioni delle piccole cilindrate: Angel Nieto, Ricardo Tormo e pochissimi altri. I circuiti permanenti erano rari e gran parte delle corse di moto si correvano nei paesini, fra le case e le balle di paglia. Perfino a Jerez, fin quando non è stato costruito un circuito coi fiocchi. A quel tempo da noi c'erano circuiti, tantissimi piloti vincenti nel Motomondiale e in altre categorie, e fior di campionissimi. In 30 anni la Spagna ci ha raggiunto e superato.
La Federazione italiana ha recentemente lanciato il progetto Talenti Azzurri, che supporta economicamente e tecnicamente i giovanissimi fin delle minimoto e delle MiniGP; ha strutturato formule giovanili a costi ridotti, come il CIV Junior, e supporta i trofei monomarca come il Trofeo Aprilia RS 250 SP. Ma non è abbastanza per ricucire la voragine strutturale in cui siamo caduti. Serve una vera e propria riforma, sostenuta anche dalle istituzioni, per evitare di perdere un’eccellenza italiana. In Spagna (ma anche in Inghilterra, soprattutto per la Formula 1) hanno capito da tempo che il motorsport richiede programmi organici.
Il risultato è quello fotografato da Dall’Igna: le moto migliori sono prodotte in Italia, ma i piloti che le porteranno alla vittoria parlano (e probabilmente parleranno) sempre più spagnolo.
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Foto Archivio: La Voz de Cadiz e Instagram/Ducati Corse

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