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Storie di Dakar. Angelo Pedemonte: “Deluso, ma non potevo continuare” (parte 1)

Angelo Pedemonte è stato uno dei rookie italiani della Dakar 2021. Il difficoltoso arrivo in Arabia, il percorso, il suo incidente, l'abbandono... La prima parte dell'intervista.

25 gennaio 2021 - 19:00

Tra i nove motociclisti italiani alla Dakar 2021 abbiamo registrato un buon numero di rookie. Tra loro anche Angelo Pedemonte, che è riuscito a realizzare un ‘sogno nel cassetto’ che aveva ormai da parecchio tempo, ma sempre rimandato per motivi di varia natura. Fino a metà 2020, quando ha preso la decisione di iscriversi e di affrontare il mitico Rally Raid, alla seconda edizione nel deserto dell’Arabia Saudita. Un’esperienza purtroppo conclusasi a metà della corsa, però certamente indimenticabile ed unica. Non è mancato qualche appunto, ma questo non cancella l’intenzione di tornarci il più presto possibile, soprattutto per finirla. In una lunga intervista rivive tutte le emozioni della sua prima Dakar: ecco la prima parte.

Attualmente come sta a livello fisico?

Quando sono rientrato in Italia ho fatto un po’ di controlli, tra risonanze e RX. Pensavo di aver smaltito tutto, invece ho cinque costole rotte ed un versamento al collaterale del ginocchio sinistro! Non so cos’abbiano visto a Jeddah… [risata]. Quando sono arrivato al medical center (in un camion-frigorifero con una macchina abbastanza “portatile”) mi hanno fatto tutti gli esami e mi avevano detto che ero a posto. E invece… Ora vediamo di tossire/starnutire il meno possibile, altrimenti non è piacevole! Per il ginocchio invece dovrò andare in questi giorni dal dottor Gondolini a Forlì: da quello che posso capire dal referto non sembrano esserci interessamenti seri a crociati o collaterali. Sembrerebbe un ematoma, ma sono passate due settimane ed i sintomi non cambiano, tra dolore e certi movimenti che non riesco a fare. Ma come me, tanti si sono fatti male quest’anno. 

Secondo lei come mai? 

Imputerei la ‘causa’ ad un tracciato pieno di imprevisti: tanti fuoripista, tante pietre, quindi molti pericoli. Anzi, la quasi totalità degli incidenti sono stati conseguenza di una pietra, spesso mimetizzata, e quindi di un cappottamento. Dopo l’incidente di Gonçalves dell’anno scorso hanno escogitato un modo per andare un po’ più piano, cambiando repentinamente tipo di terreno. In realtà hanno fatto più danni! Non riuscivi ad abituati al sistema di guida, quindi affrontavi i terreni a velocità non adeguate. Arrivavi da un tratto veloce e di colpo ti ritrovavi in una pietraia! Di conseguenza ci sono stati non pochi incidenti, soprattutto nelle moto, ma basta guardare anche il numero di forature tra le auto. Noi come motociclisti l’abbiamo pagata tanto: se confrontiamo i partiti e gli arrivati dell’anno scorso con quelli di quest’anno, notiamo che c’è stata quasi una selezione del 50%.

Purtroppo non è mancato un incidente anche per lei, alla quarta tappa. 

Non me ne sono neanche accorto. Uscivo da un canyon, c’è stato questo slargo di sabbia, ho cominciato ad accelerare… E non ho visto né avvertito l’ostacolo. Mi sono trovato per aria, con la moto che volava e che mi ha colpito al ginocchio. Anzi, di questo mi sono accorto solo perché avevo i pantaloni sporchi di gomma, altrimenti non mi sarei nemmeno reso conto di come mi ero fatto male. La moto poi è ricaduta sulla ruota anteriore distruggendo il cerchio e la piastra. In seguito sono arrivati Catanese e Stigliano, che erano dietro di me di 15’ e che mi hanno praticamente soccorso. Io volevo ripartire, ma la moto non era davvero in condizione ed abbiamo dovuto chiamare l’elicottero.

In seguito è ripartito in Dakar Experience.

Mi hanno riportato la moto il giorno dopo, praticamente alle sei del mattino, ed abbiamo passato la giornata a sistemarla. Oltre alle varie visite, visto che aspettavo il check dei medici. Sono tornato in azione nella tappa 6, un percorso piuttosto impegnativo, oltre ai 290 km di trasferimento alla mattina al buio ed in un freddo polare. Nonostante giacche, giacconi, guantoni da montagna e quant’altro, circa 300 km sull’asfalto con 3-4° C non sono piacevoli. Poi è iniziata la speciale tutta di sabbia e dune, che hanno accorciato, altrimenti saremmo rimasti dentro fino a notte fonda… Un tratto per me lineare, anche se con un ritmo inferiore rispetto alle tappe precedenti visto che avvertivo comunque i postumi, nonostante gli antidolorifici.

Dopo questa tappa però l’abbandono definitivo.

Avevo percorso gli ultimi 20-30 km al buio ed erano già passati alcuni camion, che avevano creato vere e proprie voragini. A 200 metri dalla fine sono finito in una di queste: mi si è chiuso lo sterzo davanti e sono caduto, ma si è anche aperto l’airbag. Cosa che non era successa nella prima caduta, probabilmente per colpa mia: non l’avevo chiuso correttamente. Questa apertura però penso sia stata il colpo di grazia: se c’era qualcosa che doveva ancora rompersi, credo si sia rotta in quel momento! [risata] Il giorno dopo, di riposo, non riuscivo nemmeno ad alzarmi dal letto… Alla fine la ragione ha avuto il sopravvento sull’istinto del motociclista. Sarebbe stata solo una sofferenza, oltre ad un grado di pericolosità esagerato.

Un finale certo diverso da quello che si aspettava. 

Non sono un ragazzino, quindi teoricamente dovrei essere piuttosto razionale. Ma quando mi sono reso conto che non sarei riuscito a ripartire ho passato metà giornata a piangere come un bambino a cui hanno tolto il primo giocattolo della sua vita. È stata veramente dura, soprattutto per la tanta preparazione, tutti i sacrifici, oltre a varie peripezie capitate quest’anno a causa della situazione attuale. Non è stato facile metabolizzare la delusione sommata a tutta la fatica fatta per arrivarci, ma non si poteva nemmeno pensare di continuare in quelle condizioni. Sarebbe stato un suicidio. La mattina di tappa 7 ci siamo avviati verso Jeddah, il giorno dopo abbiamo riconsegnato il camion ed alla sera siamo partiti. 

Com’è arrivato a questa prima Dakar?

È ormai un decennio che gareggio nel deserto. Soprattutto in Marocco: con tutto quello che sta succedendo in Nordafrica da 5-6 anni, è ormai l’ultimo paese in cui si può andare serenamente per queste corse. Già nel 2015 avevo pensato alla Dakar, ma mi hanno diagnosticato un tumore allo stomaco e quindi il progetto è saltato. Il post-intervento è stato piuttosto laborioso dal punto di vista fisico: ho perso tanto peso, non è stato semplice recuperare le forze. Sono passati 4-5 anni, mi sentivo meglio e mi era rimasto questo sogno nel cassetto: ad aprile/maggio abbiamo deciso di iscriverci, visto quello che sembrava uno spiraglio post-Covid, anche se poi sappiamo com’è andata… Abbiamo quindi cominciato a prepararci con le classiche uscite in moto piuttosto di andare palestra con un personal trainer. Quest’estate abbiamo fatto anche parecchie uscite con moto d’acqua, uno svago a titolo di allenamento. Siamo andati avanti così fino agli ultimi giorni, nonostante ci fosse tanta incertezza.

Infatti erano sorti molti dubbi in merito… 

A.S.O. è rimasta nell’incertezza fino ad ottobre-novembre. Nel momento in cui ci hanno confermato la gara è stato un susseguirsi di mail, documentazioni… Ho fatto l’impiegato dell’A.S.O. per un mese! [risata] Da considerare che ho iscritto un team, quindi due piloti, un meccanico, un accompagnatore, un camion. Era tutto a posto, poi ad una settimana dalla partenza ecco che l’Arabia Saudita blocca i voli! Altro punto interrogativo, due compagnie cambiate ma tutto si era fermato: a 10 giorni dalla partenza non sapevamo come arrivare in Arabia! Anche qui A.S.O. efficientissima: in una settimana hanno messo a disposizione cinque charter, tre da Parigi, uno da Praga ed uno da Dubai. Sostanzialmente questi sono stati gli unici aerei arrivati in Arabia a fine dicembre. Noi a quel punto abbiamo optato per Dubai: abbiamo preso un volo da Milano, poi con il loro charter siamo arrivati a Jeddah il 27 dicembre. Eravamo circa 200 piloti in attesa di questo volo. È seguita una settimana in attesa delle verifiche, poi prologo e prima tappa.

Seguirà la seconda parte dell’intervista. 

Foto: RT73 Team

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