Yamaha YZF-R7 OW-02: l'anima ribelle della Superbike 1999/2000

Storie di Moto
giovedì, 22 maggio 2025 alle 21:00
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Il profumo intenso della sfida. Nel 1998 a Iwata, nel quartier generale Yamaha, si respirava un clima particolare, uno slancio, un desiderio, un ardore raro ed insolito. Yamaha voleva sfidare apertamente i giganti della Superbike. Il risultato? Una creatura senza compromessi, destinata a entrare nel mito delle due ruote: la Yamaha YZF-R7 OW-02.
Nel solco tracciato dalla sigla "R", che in quegli anni rivoluzionava le supersportive con modelli come R1 e R6, la R7 arrivò come una dichiarazione d'intenti: 500 esemplari prodotti esclusivamente per ottenere l’omologazione necessaria a correre nel mondiale Superbike. Un oggetto del desiderio per pochissimi, pensato con la logica esasperata di chi costruisce una moto da gara e poi, solo dopo, le mette targa e fari. Dietro il progetto della R7 c’è un nome che è leggenda nel paddock: Kunihiko Miwa, il famigerato “Mr. No Compromise”. L’ingegnere giapponese scelse la via più difficile e più pura: realizzare una moto che fosse praticamente una replica delle derivate GP, ma disponibile in concessionaria o quasi. Il cuore pulsante della R7 era un 4 cilindri in linea da 749 cc, con distribuzione a 5 valvole per cilindro, raffreddamento a liquido e 6 marce. Ma non era solo questione di numeri.

Il debutto in Superbike: Haga e Guareschi in sella alla leggenda

La meccanica era da brividi: valvole e bielle in titanio, pistoni stampati ultraleggeri, trattamento anti-attrito Nikasil, albero motore alleggerito e trattato con nitrurazione anodica, tutto progettato per un solo scopo: massima reattività e prestazioni da pista. Anche la velocità massima, di 278 km/h, era una dichiarazione d’intenti, raggiunta con una ciclistica che sembrava uscita direttamente da un box MotoGP. Il telaio Deltabox II, doppio trave in alluminio verniciato di nero, ricordava quello della 500 GP. L’interasse compatto (1400 mm), l’angolo di sterzo di appena 22,8°, le sospensioni Ohlins completamente regolabili, e l’impianto frenante da superbike (dischi da 320 mm e pinze anteriori a quattro pistoncini) completavano una dotazione tecnica che, nel 1999, lasciava a bocca aperta.
Debuttò in pista sotto le mani esperte di Noriyuki Haga, funambolico talento giapponese, affiancato dall’italiano Vittoriano Guareschi. Il 1999 fu un anno di rodaggio amaro: promesse enormi, ma troppe rotture e problemi di affidabilità limitarono i risultati. Haga chiuse settimo, Guareschi decimo. Ma la fiamma era accesa. Nel 2000, la riscossa. Haga portò la R7 al secondo posto nel mondiale, conquistando 4 vittorie, 7 podi e finalmente quell’affidabilità che era mancata. Sarebbe potuto essere l’anno del trionfo, ma una vicenda controversa cambiò tutto: la positività all’efedrina dopo la gara di Kyalami. Una sostanza contenuta in spray decongestionanti e integratori dietetici, assunta inconsapevolmente. Non bastarono ricorsi o attenuanti: la giustizia sportiva fu inflessibile. Squalifica, 25 punti cancellati, e il sogno sfumò. Il titolo andò a Colin Edwards su Honda.
Il 2000 fu l’apice. Poi la Yamaha, complice la delusione e la volontà di concentrare risorse sul Motomondiale, si ritirò ufficialmente dalla Superbike. La R7 continuò a correre come wild card e nelle gare di durata, con risultati eccellenti: nel 2000 vinse il Bol d’Or con Yamaha Motor France e conquistò la pole alla 8 Ore di Suzuka, proprio sul tracciato di casa Honda, con Haga.
Nel 2002 esce di scena. Rimangono pochi esemplari sopravvissuti, alcuni devastati dalle corse, altri custoditi gelosamente in collezioni private, come gioielli inestimabili. Rimangono le immagini di Haga in derapata, il rombo alto e rabbioso del 750 a cinque valvole per cilindro, il design aggressivo e senza tempo. E rimane un’idea, forse la più affascinante di tutte: quella di una moto nata per vincere, senza compromessi. La Yamaha R7 OW-02 non è mai stata una moto per tutti. È stata, e resta, una leggenda per pochi.

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