Dal triciclo a Doha 2018: Andrea Dovizioso sull”Asfalto’ della vita

Dal triciclo a Doha 2018: Andrea Dovizioso sull”Asfalto’ della vita

Andrea Dovizioso si racconta in “Asfalto”, un’autobiografia che svela il lato più sensibile e nascosto di un pilota e alcuni interessanti retroscena del Motomondiale

di Luigi Ciamburro
Andrea Dovizioso

“Asfalto” è un libro che ogni appassionato italiano di Motomondiale leggerà tutto di un fiato, poco più di 200 pagine che per un lettore si interrompono la sera prima di andare a letto e si riprendono il giorno dopo alla prima occasione. A parlare è l’”io” di Andrea Dovizioso che si alterna tra ricordi e sensazioni, tra vita privata e vita “pubblica”, tra alti e bassi, diviso tra cavallo bianco e il cavallo nero. Emerge un pilota simbolo di umiltà, ma soprattutto un ostinato ricercatore di razionalità che poco spazio concede al nero dell’inconscio. E quando si apre il recinto del cavallo nero è solo per brevi galoppate, perché “si può correre solo con il cavallo bianco, ma non si può correre solo con il cavallo nero. Basta cavalcarlo ogni tanto. Non sempre. Almeno un pò’”.

I RETROSCENA DEL PILOTA, IL RAPPORTO CON ROSSI – L’intero racconto è intessuto di una venatura un po’ nostalgica ma allo stesso tempo ironica, di un uomo che ha sofferto per il divorzio dei suoi genitori, di una vita sentimentale difficile da portare al traguardo, di un pilota che per troppo tempo ha dovuto errare nel limbo dell’indifferenza mediatica, fino a trovare il meritato riscatto nel finale di stagione 2016 con la vittoria di Sepang, l’incredibile trionfo del Mugello nel 2017 che ha dato il via alla sfida con Marc Marquez, in palio il Mondiale, la conquista delle scene e delle prime pagine. “Asfalto” è l’autobiografia di un uomo prima che di un pilota, con le sue difficoltà, i suoi umori, le sconfitte personali che aiutano a crescere, i retroscena di uno sportivo che spesso deve tacere la verità dinanzi al suo pubblico, i malumori all’interno del team e i rapporti con colleghi di box e avversari, le porte sbattute in faccia e quelle apertesi quasi per magia. “Poi ci sono le relazioni che avrei voluto avere e non ho mai avuto. Tipo quella con Valentino. Io sono di sette anni più giovane e quando arrivo in MotoGp lui ha già vinto sette Mondiali, perciò è inevitabilmente un idolo, il punto di riferimento assoluto. Nonostante non abbia mai avuto la possibilità di frequentarlo veramente, penso si tratti di una persona per molti aspetti di un altro livello”.

CADUTE E CICATRICI – Ogni passaggio da un team all’altro, ogni ascesa di classe, ogni rinnovo di contratto viene vissuto umanamente con il suo bagaglio di scommesse e titubanze, pur sempre supportato da tre pilastri esistenziali: il suo amico e fisioterapista Francesco Chionne alias ‘Grizzly’, suo padre Antonio e l’onnipresente manager Simone Battistella che nei momenti più difficili della sua esistenza e della carriera, quando inevitabilmente la vita arriva ad un bivio, gli hanno illuminato la strada giusta, quella con il minor rischio di buche e cadute… “Comunque, se io sono caduto poco realmente, la mia è stata una carriera piena di cadute metaforiche. Dopo che vinco il Mondiale 125, cado una prima volta in 250 e cado una seconda quando Lorenzo vince il titolo che speravo di vincere io. Mi rialzo in MotoGp con la Honda satellite, ricado il primo anno con la Honda ufficiale. Mi rialzo l’ultimo anno ma non è sufficiente: ricado quando sono obbligato ad andare alla Yamaha satellite, mi rialzo brevemente con dei buoni risultati, ma ricado quando capisco che potrei fare anche mille podi però in Yamaha ufficiale posto per me non c’è. Già sul fondo, faccio il miracolo di scavare in Ducati, perché per due anni stiamo nel marasma e non si vede la luce. Ma poi mi rialzo di nuovo, fino a oggi. Le cicatrici di questa altalena le ho tutte dentro, ma non le considero né medaglie da esibire né fonti di rimpianto o di tristezza per quello che sarebbe potuto essere e non è stato”.

LA STORIA CONTINUA – “Asfalto” atterra fino all’aeroporto di Doha senza lasciare spazio alla prima vittoria del 2018, forse per scaramanzia, o semplicemente perché è una pagina di vita e di storia ancora da definire. Né fa in tempo a svelare i retroscena dell’ennesimo rinnovo di contratto, d’altronde sarebbe fuori luogo parlarne adesso. “Non posso sapere come andrà questa stagione. Quante gare vincerò, se ne vincerò, e come finirà il Mondiale, come si evolverà la mia moto, e quella degli altri, e le gomme, e l’elettronica, e come reagiranno i miei muscoli, il mio cuore, e quali contratti arriveranno, quali nuove cazzate mi toccherà ascoltare dagli esperti, quanti nuovi applausi mi meriterò di sentire. Non lo posso sapere e, soprattutto, non mi preoccupo – conclude Andrea Dovizioso -. Perché io adesso sto a posto così”.

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