Il Mondiale Superbike che la
Ducati ha dilapidato è qualcosa di inaudito. Nella frenesia degli eventi, tanti si sono scordati che
Alvaro Bautista aveva cominciato il campionato con undici vittorie su undici. A metà cammino, a Jerez, dopo la Superpole Race, lo spagnolo aveva 61 punti di vantaggio su un Jonathan Rea indominito, ma all'angolo. L'ex MotoGP aveva accumulato 13 vittorie in 15 gare. Nelle successive 16 sfide, lo stesso Alvaro ha accusato un passivo di 190 punti, consegnando il Mondiale all'avversario con sei gare d'anticipo. Di fronte ad un disastro di queste proporzioni, domandandosi se ha perso Bautista o ha vinto Rea è grottesco. La vera domanda da porsi è: cos'è successo nel box Ducati e nella testa del pilota, per scatenare questa serie nera senza precedenti?
LA SUPPONENZA DI ALVARO
L'errore più grave commesso dallo spagnolo è stato sottovalutare
Jonathan Rea. Tanti, anche nel paddock Superbike, ancora non hanno capito il potenziale enorme di questo pilota. L'asso nordirlandese è un pilota di gran razza, neanche in MotoGP ce ne sono tanti come lui: forse 3-4, stando larghi. Oltre che dotato di un talento pazzesco, Rea è anche fortissimo di testa. Veniva da quattro Mondiali precedenti dominati e ha incassato undici-sconfitte-undici di fila riuscendo a mantenere la calma e la motivazione. Anzi, più perdeva, più stringeva i denti. Bautista, a suon di vittorie per distacco, si era convinto di correre contro nessuno. Senza immaginare che sui circuiti più guidati e congeniali, Jonathan gli sarebbe tornato sotto. Non considerare adeguatamente il livello dell'avversario è stato un errore fatale.
LE ERRATE VALUTAZIONI DELL'AZIENDA
Ma la squadra ha colpe ancora più gravi. Bautista è arrivato in Superbike senza sapere a cosa andava incontro, e - come tutti quelli che arrivano dalla MotoGP - si era illuso che fosse terreno di conquista. Sarebbe toccato ai dirigenti del team, che invece la categoria la conoscono bene, metterlo in guardia. Invece il ritornello era: "
Non è questione di superiorità Ducati, è lui che la differenza, l'unico che vince con la V4R." Affermazione smentita dai fatti, perchè con il razzo italiano, al contrario, hanno vinto tutti: Davies nel Mondiale, il terzetto British Superbike con Redding, Brookes e Bridewell, senza considerare Michele Pirro nel CIV. Nel BSB la Ducati V4R domina la scena su ogni tipo di tracciato, con piloti diversi, nonostante le limitazioni: 150 giri motore rispetto alla versione WSBK, e divieto di test. Quindi non è neanche tanto vero che "mancano i dati": nel BSB i ducatisti stanno dominando su tracciati dove la V4R mai aveva messo le ruote...
GIOCARE AL RISPARMIO NON SI PUO'
Il pasticcio-rinnovo ha pesato, eccome. Bautista, che aveva già in mano un offerta Honda da un milione, perchè sarebbe dovuto restare in
Ducati per la metà, per altro prendendo meno del compagno Chaz Davies che un anno fa aveva strappato un biennale da 6-700 mila €? La Ducati non può pensare di vincere il Mondiale giocando al risparmio: Rea in Kawasaki prende 2 milioni, fra premi e bonus vari. La rottura definitiva è avvenuta nei giorni di Laguna Seca, il weekend da "triplo zero punti" che ha indirizzato il campionato. Il "mercato" rischia di compromettere anche il 2020, quando la Ducati se la dovrà vedere con binomi terribili come Rea-Kawasaki, Toprak-Yamaha e Bautista-Honda. Il rischio di doversi leccare di nuovo le ferite è abbastanza concreto: Scott Redding, pensaci tu.
UNA SQUADRA ABITUATA A...PERDERE
La
Ducati non vince in Superbike dal 2011, un digiuno interminabile per l'ex regina di questa serie. Come in tutti gli sport, vincere abitua a vincere, ma vale anche il contrario. In Kawasaki c'è "mentalità". Rea ha alle spalle una squadra unita, di persone fedelissime, che stanno bene insieme anche fuori dalla pista. La domenica dopo Portimao Jonathan Rea si è mosso dall'Irlanda del Nord per tornare in Spagna al matrimonio di Pere Riba. C'erano tutti, dal campionissimo al magazziniere. In Ducati non c'è neanche l'ombra di uno spirito così, lo si respira anche da fuori, figuriamoci chi c'è dentro. Venerdi mattina, un'ora prima delle prove, il numero uno dell'azienda Claudio Domenicali, ha fatto un tweet per dire, in sostanza, che
Alvaro Bautista è un mercenario. A parte che non c'è pilota a cui non interessino i soldi, visto il tono e il momento, neanche su un account-parodia poteva uscire una cosa così. Che bisogno c'era? Ai piloti, che rischiano e sono sotto pressione sempre, qualche intemperanza si può perdonare. Ma i dirigenti? Si chiamo dirigenti apposta, per essere continenti e lucidi. Sempre. E invece...
Foto: Diego De Col