Brava Honda, adesso puoi dire come morì Daijiro Katoh?

27 luglio 2015 - 14:33

La Honda si è assunta piena responsabilità per il pauroso incidente costato due ossa rotte a Casey Stoner dopo appena cinque giri alla 8 Ore di Suzuka. “Confermiamo che i dati hanno evidenziato che l'acceleratore è rimasto aperto di 26 gradi”. A causa di questa grave anomalia il 29enne australiano non è riuscito a chiudere la traiettoria nella curva a destra prima dell'Hairpin che si percorre in quarta marcia, sui 200 km/h. L'impatto tremendo contro le barriere poteva avere conseguenze letali. La casa di moto più grande del Mondo che svela un particolare così scabroso è una pietra miliare nella storia delle corse costellata da silenzi, omissioni, scarico di responsabilità. Honda ci ha messo la faccia aldilà degli interessi commerciali, dell'immagine e di tutto il resto. Una scelta sicuramente difficilissima, che fa onore. Adesso che il muro di gomma è caduto perchè non svelare anche il mistero della morte di Daijiro Katoh, sulla stessa pista, durante la gara MotoGP del 2003?

COSA SUCCESSE – Daijiro Katoh era un giapponese piccolo di statura e dal grandissimo talento. Prodotto del vivaio Honda, aveva trionfato in due edizioni della 8 Ore ed era approdato nel Motomondiale nel 2000 bruciando le tappe. La stagione successiva aveva dominato la 250 conquistandosi il passaporto per la top class. Quel maledetto 6 aprile 2003 Katoh si sarebbe giocato la vittoria del GP del Giappone contro  Valentino Rossi e Max Biaggi. Al terzo giro finì contro il muro all'ingresso della chicane morì dopo venti giorni di coma. La dinamica della caduta fu inspiegabile ma qualcuno ipotizzò  si fosse trattato di un guasto, in particolare del blocco dell'acceleratore. Proprio come nel caso di Casey Stoner. La Honda non ha mai smentito ma neanche fatto chiarezza. A questo punto diventa importante per fugare l'ultimo dubbio, che pesa come un macigno: se domenica pomeriggio Casey non fosse stato in grado di twittare al Mondo il motivo dell'incidente, la Honda avrebbe comunque svelato le cause?

LA PISTA CHE NON VA –  Nonostante la tecnologia abbia fatto passi da gigante il “quasi impossibile” può sempre accadere. Perfino alla squadra corse più ricca e preparata del mondo. Se l'acceleratore si fosse bloccato su una pista normale, con gli spazi di fuga adeguati, Stoner avrebbe avuto buone  di possibiità di non cadere, o limitare le conseguenze. Invece a Suzuka è finito contro le barriere per evitare un muro.  Due giorni prima, nell'identico punto, era volato anche Pol Espargaro, un altro top rider, rischiando altrettanto. E' quella pista che proprio non va. La MotoGP l'ha messa al bando dopo l'incidente di Katoh, spostandosi sulla più moderna e sicura Motegi, sempre di proprietà della Honda. L'incolumità dei piloti del Mondiale Endurance non dovrebbe essere meno importante. Specie in una gara come la 8 Ore con 70 equipaggi al via, già di per sè piena di rischi e trappole. Domenica, dopo il volo di Stoner, ne abbiamo contati altri terrificanti, con moto disintegrate rimbalzate in pista come la CBR-RRW di Casey. Il problema di Suzuka è che i punti pericolosi, senza spazi di fuga, sono troppi e non modificabili. La Federmoto Internazionale con quali criteri rilascia l'omologazione? E per la Honda, proprietaria della pista e organizzatrice dell'evento, ha ancora senso continuare su questo folle ottovolante? Domande che, temo, resteranno senza risposta.

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2 commenti

userID_3326467
3:07, 28 luglio 2015

W le piste storiche!

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