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MotoGP: perché i piloti hanno bisogno dei coach? (parte 1)

La figura del coach è diventata sempre più importante per un pilota nel Motomondiale. Ma che ruolo ha? La prima parte della nostra analisi.

21 luglio 2020 - 20:20

Come Tiger Woods necessita di un allenatore per migliorare il suo swing, così anche un pilota che corre nel Mondiale Moto3, Moto2 o MotoGP ne ha bisogno. Sono finiti i giorni in cui i piloti evitavano questa figura, ora la tendenza è cambiata. Nei paddock, come in tutti gli aspetti della vita, seguire gli allenatori è un fattore vitale. Quando un pilota cambia, costringe anche gli altri a fare lo stesso.

Col tempo i piloti del Campionato del Mondo hanno ridotto il puro allenamento fisico, trascorrendo più tempo in bici, allenandosi in Flat-Track o Supermoto, che ha assunto sempre maggiore importanza. Ora, il coaching è al centro della scena. Le gare di moto sono diventate una competizione in cui produttori, team e piloti approfondiscono sempre più i dettagli, a caccia di un anche minimo vantaggio. Uno degli argomenti che tiene banco negli ultimi anni è il coaching: ora ci sono allenatori/osservatori/analisti che aiutano ad identificare i punti forti e deboli di un pilota.

Queste figure sono in circolazione da un po ‘di tempo. Wilco Zeelenberg ha iniziato a lavorare con Jorge Lorenzo in Yamaha nel 2010, prima di diventare Team Manager di Petronas SRT. Jonathan Rea ha lavorato con Keith Amor in WorldSBK: Amor realizzava anche filmati per aiutarlo a perfezionare la sua tecnica. Valentino Rossi ha voluto accanto a sé l’ex campione del mondo 250cc Luca Cadalora fino al 2019, prima di sostituirlo con Idalio Gavira. Rossi ha anche assunto un allenatore per la VR46 Riders Academy, il luogo di crescita per i giovani pupilli del Dottore.

Anche Bradley Smith, attuale pilota Aprilia, qualche anno fa ha avuto il suo coach. L’inglese ha lavorato con l’ex leggenda 500cc Randy Mamola quando è entrato in MotoGP ed è entusiasta di questa figura nel paddock. “Randy per me è stato un grande aiuto, anche solo per avere una prospettiva differente da qualcuno che era fuori dalla pista” ha dichiarato Smith a tal proposito.

Perché così tanti piloti ora hanno degli allenatori? La risposta sta nel loro ruolo, che non è esattamente quello che pensano molti fan. Un analista di pista o un coach di un pilota non è lì solo per fornire consigli su come migliorare lo stile di guida. Queste figure vengono principalmente utilizzate per fornire informazioni su come migliorare il rendimento del pilota, la sua competitività.

Come? Uno degli aspetti più importanti non è tanto quello di dire a un pilota cosa sta facendo di sbagliato o di giusto, ma piuttosto cosa sta facendo in relazione ai suoi avversari. Spesso questi mediano tra il pilota e il capotecnico, contribuendo a interpretare al meglio il feedback del pilota attraverso ciò che vedono in pista. Questo porta a maggiori informazioni su cui lavorare e quindi maggiori possibilità di migliorare la moto.

Uomini di metodo

Che cosa fa effettivamente il coach? Prima della sessione, parla con il suo pilota delle aree in cui sono stati riscontrati problemi l’anno prima. Se la moto cambia molto da una stagione all’altra, può essere un po’ più difficile. Il coach cerca di vedere il pilota in frenata, come si comporta in curva, prima di cambiare il suo punto d’osservazione in circuito. Se ha tempo, proverà a fare un giro completo. Se ha bisogno di qualche confronto, rimane sempre in un posto.

Quest’ultimo caso vale se il pilota usa moto con configurazioni diverse: non si vedrebbe il cambiamento spostandosi. Se rimane in un posto può avere qualche raffronto, un aspetto determinante in un fine settimana di gare. È importante sapere quale configurazione è la migliore, ma anche cosa dice il pilota a riguardo. Se quest’ultimo dice che una certa moto è la migliore, ed il coach afferma lo stesso, si arriva ad una scelta comune.

Algoritmo di correzione degli errori

Il vero lavoro dell’allenatore però inizia quando un pilota si lamenta di qualcosa di meno importante. Se ha torto, il compito del coach è correggerlo. Ogni pilota cerca di fornire il miglior feedback possibile, ma se l’allenatore pensa che abbia torto, la squadra presterà maggiore attenzione a quest’ultimo parere. Questo perché di solito ha ragione, anche perché a volte un pilota può avere un’impressione distorta, come tutti i piloti.

Il motivo è semplice: se il tempo non soddisfa il pilota, questo potrebbe concentrarsi sui punti di forza degli altri. Per alcuni, frenata ed entrata in una curva portano ad una maggiore velocità. Ma il pilota rischia di dimenticarsi che deve anche uscire rapidamente dalla curva. Correggere questi aspetti significa mantenere un equilibrio critico, perché se una moto entra facilmente in curva, nove volte su dieci il pilota sarà troppo largo in uscita. Trovare il giusto equilibrio è davvero difficile.

Il ruolo degli allenatori quindi è comprendere questi dettagli, allineando le loro osservazioni alle sensazioni dei piloti. Quando osserviamo uno di questi ragazzi a bordo pista, sentiamo ad esempio il funzionamento del controllo di trazione. Si sente entrare o no, si vede come funziona, se c’è troppo controllo di trazione o troppo poco. Certo, c’è l’analisi dei dati registrati in pista per questo, ma se c’è qualche divergenza su questo argomento, allora l’allenatore può confermare o meno. In pratica un coach funge anche da ‘sensore aggiuntivo’ sulla moto.

L’articolo originale di Paul Emile Viel su paddock-gp

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