C’era una volta il fango. C’era una volta il profumo di carne alla brace che lottava con quello della benzina. Il weekend di gara era passione pura, nient’altro. Un rito collettivo.
Oggi, girando tra paddock, prati e tribune, questa magia sembra in dissolvenza. Restano il Mugello e (per certi versi) Jerez, puri. Unici superstiti di una MotoGP che sta cambiando. Con il rischio che, per indossare lo smoking, finisca per dimenticarsi degli stivali da moto.
Inclusività o esclusività?
Non è un mistero che Dorna, a maggior ragione dopo l’acquisizione da parte di
Liberty Media, stia guardando alla Formula 1 per plasmare a sua immagine e somiglianza la MotoGP. E sembra farlo con gli occhi di chi per anni ha visto il vicino organizzare feste esclusive in giardino, e ora vuole replicarle nel proprio.
I prezzi dei biglietti per le tribune sono lievitati quasi ovunque; l’accesso al paddock è diventato un privilegio per pochi eletti disposti ad acquistare pacchetti VIP che costano quanto uno scooter. Si sta arrivando all’eccesso opposto: presto si vedranno più calici di champagne che lattine di birra. Con il rischio di snaturare uno spettacolo che funzionava proprio perché crudo.
Meglio il cliente dell’appassionato
A buona parte del
nuovo pubblico non interessa sapere se
Bagnaia ha scelto la hard o la media al posteriore. Vuole scattare un selfie davanti al suo box durante la “Pit lane walk” o direttamente con lui nella “Fan zone”, per mostrare sui social di far parte dell’élite.
Si cerca un pubblico che non disturbi, che acquisti merchandising ufficiale e che non invada la pista a fine gara (ormai concessione di pochi GP). Una MotoGP che diventa una cattedrale a cui accedono più visitatori con la macchina fotografica che fedeli.
Il rischio è la crisi di identità
Il motociclismo è figlio del grasso e della polvere dei garage. La sua storia è scritta dalle mani di chi non ha mai avuto paura di sporcarsele. Trasformarlo in un mero prodotto commerciale significa consegnarlo a un'estetica patinata, ideale per le telecamere e gli algoritmi, ma svuotata di ogni traccia di umanità. L’anima diventa sintetica, costruita a tavolino.
La Formula 1 può permettersi la fredda distanza. La MotoGP no. Lo dice la sua storia, la sua essenza. Essa vive di contatto e sportellate tra prototipi che regalano emozioni non troppo lontane da quelle di cui è capace una qualsiasi moto. Ha bisogno del suo popolo smanettone per restare credibile. Perché una volta che il tifoso del prato decide di restare a casa, non ci sarà nessun ospite influencer capace di colmare il vuoto di passione.
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