Quella domenica del 19 giugno 1960, per la Formula 1 doveva essere una domenica come le altre. Il pubblico belga si affrettava ad arrivare e prendere posto nel leggendario circuito di Spa Francorchamps. Una domenica di festa, insomma, come ogniqualvolta si va a vedere un evento di motorsport. Quel giorno però, la gioia lasciò lo spazio alla tragedia. Il fine settimana belga di inizi anni ’60 è stato denominato come uno dei più tragici nella storia della Formula 1. Cerchiamo allora di rivivere tutto quello che accadde e di commemorare tutti i tragici protagonisti.
Un GP infernale
Il GP del Belgio arrivava due settimane dopo l’appuntamento in Olanda. Nel circuito di Zandvoort aveva vinto Jack Brabham con la Cooper ed in testa al mondiale di Formula 1 dopo la tappa nei Paesi Bassi c’era Bruce McLaren con la stessa vettura con 14 punti, dietro di lui a 3 lunghezze vi era Sterling Moss. Il mondiale nelle prime edizioni oltre che dare pochi punti era anche molto equilibrato, perché finire le gare era già un risultato considerevole. La tappa di Spa Francorchamps, oggi come allora, era un evento chiave, visto che il circuito belga è senza ombra di dubbio il più bello al mondo. Il problema è che oltre che ad essere il più bello, esso è anche il più difficile. La morte purtroppo è una vecchia amica che tende a bussare quando si arriva a correre lì.
Le prove diedero sin da subito un avvertimento
Il weekend si capì sin dalle prove che potesse essere nero, quando uno dei campioni più acclamati dell'epoca ebbe un incidente grave. Durante le prove per il GP, Moss perse il controllo della sua Lotus 18 per via di un problema alla sospensione. La ruota della vettura del britannico volò via e lui non riuscì più a controllare la vettura. Moss sbattè a tutta velocità contro un muro, venne sbalzato dalla s macchina e perse conoscenza. McLaren fù il primo ad arrivare. Scese dalla sua Cooper per effettuare la respirazione bocca a bocca al rivale. I soccorsi giunsero dopo quasi 20 minuti, il pilota riporterà fratture di tre costole, naso e delle gambe. I drammi non erano ancora finiti in quelle prove maledette.
Gli incidenti allora erano quasi la norma, lo spettacolo andava avanti sempre e comunque. Convivere con eventi così drammatici era una “normalità”. Una volta ripresa la sessione, a farne le spese fù una giovane promessa di nome Mike Taylor. Perse il controllo della sua Lotus alla velocità di 250 km/h e finì con una violenza inaudita contro un albero. L’albero dall’impatto venne abbattuto. Il giovane Taylor riportò tante fratture, e da quel giorno non gareggiò mai più. Un doppio avvertimento fu quello di Moss e di Taylor, al quale la Formula 1 non dette alcun ascolto. Il giorno dopo successe l'irreparabile.
La Formula 1 non si è mai ripresa da quel weekend nero
La gara domenicale partì con le rassicurazioni sulle condizioni dei due piloti: erano feriti gravemente, ma ancora vivi. Dalla Pole Position scattò Brabham che rifilò 2 secondi e mezzo a Tony Brooks. La gara partì liscia come l’olio, ma al giro numero 19 Chris Bristow, in quel momento sesto, sbandò a velocità altissima con la sua Cooper prendendo in pieno le protezioni. La sua vettura prese fuoco mentre Chris dall’impatto fu scaraventato contro un filo spinato. Un commissario giunto per primo sull’accaduto, raccolse Bristow decapitato e senza vita. La gara tuttavia andò avanti. Al giro 2 Alan Stacey investì un uccello: il colpo fù così tremendo da far perdere i sensi al pilota. Stancey, svenuto, finì con la sua Lotus contro le barriere, la macchina prese fuoco e lui venne sbattuto violentemente fuori dall’abitacolo, morendo sul colpo. La gara si concluse regolarmente, con Brabham vincitore. Ma nessuno quel giorno aveva voglia di fare festa.
Jim Clark che aveva continuato la gara scendendo dalla sua Lotus fece una macabra scoperta. Il musetto della sua vettura era macchiato di sangue e Jim dirà che era pronto a smettere di correre quel giorno. Che ironia la vita: Stancey figlio di allevatori morì per un impatto con un uccello, lui che per correre utilizzava una protesi alla gamba sinistra e che aveva fatto di tutto per coronare il suo sogno di correre in Formula 1. Bristow era soprannominato: “Wild man”, per via dei molti incidenti paurosi, trovava sempre il modo di tornare ai box, ma non quella maledetta domenica. Oggi siamo abituati bene, quasi tutti gli incidenti sono incruenti. Ma non è stato sempre così. Un tempo la morte era amica dei circuiti e faceva spesso visita.
Safety first
Spesso gli appassionati ripetuto una frase: "
Ah una volta sì che si era piloti!”, ma dovremmo dire:”
Grazie Signora scienza che ci fai godere di questo magico sport, senza più avere troppa paura della tragedia”. I piloti sono uomini, non sono figure mitologiche. Ogni vita è preziosa, preziosa come quelle che perdemmo a Spa Francorchamps 64 anni fa, in uno dei fine settimana più neri della storia della Formula 1.
FOTO: social Formula 1